.: La città delle Torri Svettanti :.
di Sith

La Città delle Torri Svettanti, così la chiamavano. Qaban sorgeva impertinente a cavallo delle rive del fiume Tesh, circondata da due cerchie di mura imponenti. Le fortificazioni erano dotate di tozze torri circolari posizionate a distanza regolare, ma non erano queste a conferire alla città il suo soprannome.

La cerchia di mura esterna proteggeva la periferia, affollata di case e piccoli negozi ammassati. Qui vivevano i popolani, in condizioni di miseria crescente che andavano dall’indigente all’appena accettabile. La cerchia di mura interna sorgeva a proteggere il palazzo reale e le residenze dei nobili e dei ricchi mercanti. Dall’alto, l’abitato aveva l’aspetto di una ruota adagiata su un fianco.

Il centro cittadino aveva ispirato il soprannome altisonante di Qaban. Infatti in quella zona gli aristocratici e i mercanti facevano a gara nell’ornare le proprie abitazioni con le torri più alte, in una sfida che non aveva mai fine. Più imponente era la torre che si riusciva a costruire, più il prestigio del committente aumentava.

Per legge, nessuna torre poteva superare l’altezza di quella del palazzo reale. Questa costruzione era l’apice dell’architettura cittadina. Al centro della costruzione era posta l’altissima Torre Splendente, che raggiungeva un’altezza di centotrenta metri. La torre era rivestita di oro puro che la ricopriva e la faceva brillare alla luce del sole, rendendola visibile a svariate leghe di distanza come un faro nella notte. Attorno alla torre, il palazzo si articolava in quattro ali, che si allungavano nelle direzioni dei punti cardinali. La costruzione imponente era gremita di sculture che rappresentavano gli antichi re di Qaban, spesso impegnati in combattimento con creature dall’aspetto demoniaco, dotate di artigli e ali da pipistrello. I re del passato, alla testa dei loro eserciti, schiacciavano i nemici mostruosi senza pietà, calpestandone i corpi martoriati. Il realismo delle sculture era incredibile e molti rimanevano fermi ad osservarle quando si trovavano a passare vicino al palazzo. Suscitavano nel cuore un sentimento di meraviglia misto ad orrore, che lasciava sgomenti, prigionieri di un incantesimo di estasi. Il palazzo reale era posizionato esattamente al centro della città. Se dall’alto Qaban sembrava una ruota, la Torre Splendente ne rappresentava il perno.

Le torri volute dagli aristocratici e dai mercanti nella loro eterna competizione, andavano da un’altezza di trenta metri ad un massimo di centoventi. La maggior parte di esse erano state edificate dall’architetto Mansour degli Specchi, che negli ultimi cinquanta anni aveva goduto di grande notorietà a Qaban. Molti pagano cifre esorbitanti pur di averlo al proprio servizio.

Mansour era un uomo anziano, dalla pelle del colore del cuoio solcata da rughe sottili. Portava i folti capelli bianchi lunghi fino alle spalle. In città nessuno l’aveva conosciuto quand’era più giovane, sembrava però che a memoria d’uomo il suo aspetto fosse rimasto sempre identico. Se ciò era vero, doveva aver raggiunto un’età ragguardevole. Non aveva un carattere espansivo, anzi, preferiva la solitudine e solo raramente abbandonava la propria scrivania ingombra di progetti. Quando si mescolava alla gente della città, lo faceva solo per incontrare un nuovo committente o per contrattare sulle paghe della manovalanza.

Quel giorno indossava una casacca vermiglia sopra a semplici pantaloni di lino bianchi. Aveva concluso un ottimo affare, un nobile gli aveva commissionato una nuova torre che sfidasse in altezza quella già esistenti toccando i centoventicinque metri. Le dimensioni delle ultime torri che aveva progettato si erano avvicinata pericolosamente a quelle della Torre Splendente, ormai ci sarebbe stato poco spazio per nuove torri. Questo però non lo preoccupava, anche se doveva la sua fortuna alla scelleratezza dei membri più ricchi della comunità, il suo obbiettivo non erano mai stati i soldi. Ancora una torre, l’ultima, e il suo più grande sogno si sarebbe realizzato.

All’insaputa dei cittadini di Qaban, Mansour degli Specchi da diversi decenni stava seguendo un suo personale progetto. Oltre alle sue capacità di architetto, l’uomo nutriva anche un interesse segreto per la magia proibita. Il possesso di alcuni dei tomi presenti nella sua biblioteca, sarebbe stato passibile della pena di morte. Il soprannome “degli Specchi” gli era stato dato in gioventù, quando ancora non viveva a Qaban e studiava la magia dal suo maestro. Gli altri discepoli del mago lo avevano elogiato per la sua abilità nel tessere trame e inganni, tanto che cercare di scoprire le sue intenzioni era come cercare l’immagine ultima data da due specchi posti uno di fronte all’altro che si riflettono a vicenda all’infinito.

Ogni singola torre che aveva accettato di costruire aveva un unico scopo: preparare l’incantesimo oscuro più potente che conosceva. Infatti le sue opere sorgevano tutte su fonti di potere magico grezzo sopito e servivano a catalizzarlo per uno scopo. L’ultima torre che avrebbe costruito, sarebbe servita a dargli il potere magico che ancora gli mancava. A quel punto avrebbe potuto lanciare l’incantesimo che avrebbe strappato a tutti gli abitanti di Qaban l’anima e che l’avrebbe sacrificata agli Dei dell’Oscurità, rendendo Mansour il loro agente immortale sulla terra.

Si diresse rapidamente verso la sua abitazione, c’erano progetti da preparare e uomini da assoldare. Mansour aveva sempre agito con cautela, tessendo pazientemente la sua tela come un ragno, ma ora che il successo era così vicino, si ritrovava eccitato e in preda ad un’esaltazione profonda. Presto avrebbe ottenuto quello che aveva sempre inseguito fin da quando era un semplice apprendista che si aggirava di notte per la biblioteca del maestro in cerca di sapienza proibita.

 

 

Beril e Yule avevano viaggiato attraverso il deserto roccioso di Gadha aggregati ad una carovana di mercanti di stoffe. La loro destinazione era la Città delle Torri Svettanti, la celebre Qaban. Beril era un ragazzo di diciotto anni, ma nonostante la giovane età, aveva combattuto diverse battaglie come mercenario. La sua abilità con la spada gli aveva permesso di essere assunto come scorta armata della carovana. Sette uomini lavoravano con lui, tutti combattenti esperti veterani di decine di battaglie. L’età media era superiore alla sua, ma fin dal primo giorno, aveva dimostrato che sapeva il fatto suo e che non era inferiore agli altri.

Assieme al giovane, viaggiava una ragazzina di non più di quattordici anni, Yule. Aveva pagato per viaggiare come passeggero. Nonostante la giovane età e l’aspetto misero dei vestiti troppo grandi che indossava, la ragazza possedeva un gruzzolo di monete di tutto rispetto, accumulato con un’attività forse poco nobile ma redditizia. Yule depredava i cadaveri rimasti sui campi di battaglia dopo i combattimenti.

I due si erano conosciuti dopo uno scontro che aveva quasi ucciso Beril, facendolo invece svenire e risvegliare che ormai lo scontro era terminato. Aveva incontrato Yule intenta a tagliare un dito ad un guerriero caduto per appropriarsi del suo anello. La ragazza si era interessata subito a Beril e lo aveva seguito verso la città più vicina.

Il giovane le aveva raccontato la sua storia, di come si era ritrovato a fare il mercenario e di come fosse venuto in possesso della propria spada. Beril portava al fianco una lama piuttosto strana. Si trattava di una semplice spada dall’impugnatura anonima, la lama era di acciaio, ma appariva costantemente macchiata e opaca. A prima vista pareva un’arma di pessima qualità, ma in realtà nascondeva un segreto. All’interno era imprigionata un’entità che rendeva la spada capace di trapassare ogni corazza e che si nutriva dell’anima di chi la brandiva. Beril aveva stretto un patto oscuro con la lama poco dopo la morte dei suoi genitori, quattro anni prima. La spada si era assicurata di poter divorare l’anima del ragazzo, ma soltanto dopo che questi avesse trovato e ucciso gli assassini dei suoi genitori, dei quali conosceva soltanto il nome.

A volte l’arma comunicava con Beril attraverso una forma di telepatia, proiettava i propri pensieri direttamente nella mente del giovane che poteva rispondere semplicemente pensando a ciò che voleva dire. Il rapporto tra i due era piuttosto burrascoso, ogni volta che Beril si trovava a dover combattere, la spada si rammaricava quando i nemici mancavano il colpo. Se il ragazzo fosse morto prima di portare a termine la sua impresa, la lama avrebbe potuto reclamare immediatamente quello che voleva, invece era vincolata al patto che aveva stretto e non poteva violarne i termini. Beril aveva suggellato l’accordo con il proprio sangue, il potere magico di un simile atto era troppo potente per poter essere contrastato da un’entità prigioniera di un oggetto.

Yule seguiva il giovane per diversi motivi. Innanzitutto lo trovava interessante e attraente, nonostante la sentenza di morte che si era messo sulla testa da solo. Inoltre sulla sua scia le persone tendevano a morire, abbandonando così le loro ricchezze terrene alla sue mercé. Mentre Beril era intenzionato a lavorare per guadagnarsi da vivere, la ragazza poteva benissimo prosperare derubando chi si lasciava uccidere in battaglia.

Il viaggio della carovana era proseguito nel corso di quelle due settimane abbastanza tranquillamente, avevano subito solo un attacco da parte di una piccola banda di briganti, che erano stati respinti dalla scorta senza subire perdite. Erano ormai in vista della torre d’oro del palazzo reale, che splendeva alla luce del sole pomeridiano. Yule rimase senza fiato di fronte a quello spettacolo, non aveva mai visto nulla di simile. Beril era impressionato, ma aveva viaggiato molto più a lungo della sua compagna ed aveva visto meraviglie che potevano rivaleggiare senza problemi con la Torre Splendente.

Una volta più vicini, poterono scorgere le centinaia di torri che sorgevano all’interno della cerchia di mura interna. Già a quella distanza era evidente che si trattava di veri e propri capolavori architettonici. Un’ora dopo, la carovana era entrata in città, Beril aveva ricevuto il suo compenso e i due si stavano recando verso la taverna più vicina per cenare. Camminarono per le strade della periferia notando subito lo squallore che le dominava. Sembrava che a Qaban il divario fra ricchi e poveri fosse incolmabile. Trovarono posto all’Anatra Starnazzante, una sgangherata costruzione di legno che a stento poteva essere chiamata taverna. Nonostante l’aspetto poco rassicurante, i due scoprirono che in realtà si trattava di un locale relativamente pulito, che serviva piatti di stufato succulenti.

Mentre mangiavano, Yule si avvicinò il più possibile a Beril e bisbigliò: -E ora cosa pensi di fare?-

-Andiamo in centro. Il mercante della carovana mi ha detto che è sufficiente pagare un pedaggio.- rispose il giovane.

-Va bene, ma sai dove possiamo trovare quel… come si chiama? Mantor?-

-Mansour. Si, vive in una villa vicino al palazzo reale. Sembra che sia diventato molto ricco con la sua attività…-

-Chissà quanto ancora potrà godersi la sue ricchezze? Dice qualcosa il vecchiaccio?- con questo termine Yule si riferiva al soprannome che Beril usava quando parlava con l’entità imprigionata nella sua spada.

-No, è da dopo lo scontro con i banditi che se ne sta zitto. Probabilmente è deluso perché sono scappati subito senza uccidere nessuno… senza uccidere me.-

“Indovinato ragazzino, dovresti già essere morto almeno una decina di volte. Ringrazia la tua fortuna… finché dura.” furono le parole che la spada proiettò nella mente del giovane.

“Cominci a diventare monotono, vecchiaccio. Avrai quello che vuoi, ma solo quando avrò finito con i bastardi che hanno ucciso i miei genitori” rispose con un pensiero Beril.

Yule, avendo notato il silenzio del suo compagno, si concentrò sul suo stufato. Quando la lama gli parlava, il ragazzo sprofondava in un mutismo improvviso che ormai aveva imparato a riconoscere. Si chiese cosa sarebbe successo il giorno in cui Beril avesse ottenuto quello che desiderava. Cominciava a piacerle quel suo carattere riflessivo e le sarebbe dispiaciuto vederlo privato della sua anima in nome di una vendetta che comunque non avrebbe mai potuto restituirgli ciò che aveva perduto. Sospirò lievemente e decise che avrebbe affrontato il problema quando si fosse presentato.

Dopo aver finito di cenare, i due lasciarono la taverna e si recarono verso una delle due porte che conducevano in centro. Due guardie li fermarono e chiesero loro il motivo della visita. Beril mentì inventandosi che dovevano fare visita a loro zio. I due soldati sembravano poco convinti, ma davanti al versamento della somma del pedaggio e a un piccolo extra per loro, si convinsero a non indagare oltre e permisero loro di passare. A Qaban le paghe delle guardie non erano alte e la corruzione era molto comune.

I due compagni si ritrovarono in una zona della città che non aveva nulla a che vedere con la periferia. Qui tutti gli edifici erano sfarzosi e presentavano decorazioni di ogni tipo immaginabile. Si andava da pregiati rilievi a gemme incastonate direttamente nei blocchi di pietra, dalle colonnine ornamentali alle guglie. Ovunque le torri si protendevano verso il cielo sempre più scuro come tante dita scheletriche che indicassero la volta celeste.

Yule fischiò davanti a tutta quella ricchezza e disse: -Non mi dispiacerebbe fare un giro dentro una di queste case e portarmi via qualche ricordino.-

-Non è questo il nostro scopo. E poi non mi sembra il caso di farsi arrestare delle guardie per un semplice furto.-

-Hai ragione… meglio per un omicidio?- rispose la ragazza ironica.

-Meglio, almeno ne sarà valsa la pena.-

Pochi minuti dopo si trovavano fuori dal cancello della villa di Mansour. Anche questa costruzione non faceva nulla per nascondere la ricchezza del suo proprietario. Al contrario delle altre però, era stata progettata mescolando in modo sapiente diversi stili architettonici, tanto che spiccava tra le altre per la sua eccentricità. Il giardino attorno all’abitazione era immerso nelle tenebre e si scorgevano solo le ombre degli alti alberi.

Beril si posizionò all’inizio della via per fare da palo mentre Yule estraeva il suo grimaldello e cominciava a darsi da fare sulla serratura della cancellata. Poco dopo, i due erano entrati lasciando dietro di loro i battenti accostati, in modo che ad un osservatore casuale sarebbe sembrati chiusi.

Facendo attenzione a non fare troppo rumore, percorsero il vialetto fino ai bassi gradini che conducevano all’ingresso vero e proprio. Le luci della casa erano tutte spente ad eccezione di quelle di una stanza del piano di sopra, che brillavano debolmente da dietro una spessa tenda tirata.

Yule si avviò senza esitazione verso la porta e si mise all’opera per scassinarne la serratura. Beril si mise alle sua spalle guardandosi attorno con circospezione. Sembrava strano che Mansour degli Specchi vivesse da solo in un edificio di quelle dimensioni. Pensò che da quello che aveva sentito raccontare dal mercante della carovana, era possibile che la servitù fosse presente solo di giorno, dal momento che quell’uomo non aveva famiglia e amava la solitudine.

Nel frattempo, Yule era riuscita ad aprire la porta e stava già scivolando all’interno. Beril la seguì cautamente. Non dovevano tradire la loro presenza, altrimenti avrebbero perso l’effetto sorpresa. L’atrio era dominato da una grande scalinata che spiccava nella penombra, diverse porte davano su altri ambienti dell’abitazione. Il giovane prese Yule per una spalla e le indicò prima la scala poi la sua persona. La ragazza annuì e si fermò per far andare avanti Beril. Il ragazzo sarebbe andato a regolare i conti con Mansour mentre la giovane sarebbe rimasta al piano di sotto al sicuro… e a cercare qualche ricordino da portare via.

Beril salì ogni gradino con cautela, stando attento a non produrre alcun suono. Lasciò la spada nel fodero e si tenne saldamente al corrimano per non incespicare nel buio. Arrivò senza problemi al piano superiore e si ritrovò in un lungo corridoio sul quale si aprivano diverse porte. Da sotto una di esse proveniva una luce fievole.

Si avvicinò ad essa di soppiatto e si soffermò ad ascoltare. Qualcuno stava borbottando a bassa voce. Si sentivano anche dei fruscii di carta. Mansour doveva essere veramente ricco per potersi permettere di usare della carta per scrivere.

Beril mise mano all’elsa della spada e si preparò a fare irruzione nella stanza. Aprì la porta con un calcio e entrò estraendo la lama del fodero.

“Questa volta non te la caverai.” sussurrò fastidiosamente l’entità prigioniera. Il ragazzo non badò a quelle parole e si preparò a colpire. Mansour sedeva alla sua scrivania rivolto verso la porta. Non parve assolutamente sorpreso di vederlo, anzi sorrise calorosamente. Beril non indugiò e si lancio su di lui sollevando la spada e facendola ricadere verso la sua testa. Fu come colpire uno strato di bronzo. L’arma rimbalzò contro una dura superficie invisibile a due centimetri dal bersaglio.

“Magia.” pensò Beril allontanandosi con un balzo e mettendosi in posizione di guardia.

-Cosa abbiamo qui?- domandò con voce rauca l’architetto -Un cucciolo in cerca di ricchezze? No… molto di più.-

Beril non rispose, se voleva sconfiggere Mansour doveva trovare un modo per oltrepassare la magia che lo proteggeva. Doveva appellarsi ai poteri della sua spada.

-Tu sei loro figlio, lo so. Cerchi la vendetta? Credo che qui troverai solo la morte.- Mansour accompagnò queste parole con un brusco movimento della mano e il ragazzo si ritrovò sospinto all’indietro da una forza terribile. Perdette quasi la spada, ma si costrinse a mantenere la presa stringendo la mano attorno all’elsa.

“Vecchio, mi serve il tuo potere contro questo stregone. Puoi distruggere la sua protezione?” chiese mentalmente Beril.

“Che insulto! Ovviamente posso distruggere l’incantesimo di questo incantatore da strapazzo. Avanti, bamboccio, attacca ancora!” rispose con ira l’entità.

Il giovane si scagliò di nuovo verso il proprio avversario e calò la sua arma con tutte le forze. Un suono come di vetro infranto segnalò la distruzione della barriera eretta dall’architetto. Mansour rimase sorpreso, erano passati decenni dall’ultima volta che qualcuno era riuscito a infrangere uno dei suoi incantesimi. Non perse la calma e pronunciò rapidamente una parola di potere, che scatenò su Beril un vento impetuoso che lo sospinse violentemente contro la parete della stanza. Gli occhi di Mansour erano divenuti completamente neri e i capelli bianchi fluttuavano attorno al suo viso come una criniera.

Il ragazzo aveva perso la presa sulla spada, che era caduta al suolo con un tonfo. Aveva battuto la testa ed era rimasto stordito. L’architetto fu subito sopra di lui e lo afferrò per la gola. Beril tentò di liberarsi scalciando, ma la forza di Mansour era incredibile, una stretta micidiale potenziata dalla magia oscura.

-Stupido! Cosa credevi di fare? Ti ucciderò come i tuoi genitori e seppellirò il tuo cadavere sotto alla mia nuova torre! L’immortalità sarà mia, gli Dei Oscuri mi sostengono!- mentre parlava, la sua stretta si faceva sempre più forte.

Beril non aveva più la forza per reagire, era divenuto paonazzo nel tentativo di respirare. Lo attraversò il pensiero che sarebbe morto invano, la spada avrebbe reclamato la sua anima e i suoi genitori non sarebbero mai stati vendicati.

Nonostante la sua sicurezza, Mansour però ignorava che il ragazzo non era solo. Troppo tardi si rese conto che Yule si trovava alle sue spalle e quando il pugnale affondò nella sua schiena, lo stregone non poté che ululare di dolore e voltarsi per colpire con un manrovescio la giovane. Beril si ritrovò improvvisamente libero e con la vista annebbiata individuò la lama che gli era caduta e si lanciò per recuperarla.

Nel frattempo, Yule stava cercando di riprendersi dal colpo subito. L’architetto la afferrò per la casacca sformata e la sollevò dal terreno. Quando la ragazza si accorse che Beril aveva recuperato la spada, si contorse agilmente e scivolò fuori dalla casacca di varie taglie più grande della sua, lasciando nelle mani dello stregone allibito l’indumento.

Mansour morì senza quasi rendersene conto, Beril lo decapitò con un fendente deciso. La testa dell’architetto piombò al suolo, seguita subito dopo dal corpo. Il ragazzo crollò in ginocchio lottando contro lo svenimento, la sua visuale era ingombrata da macchie nere. Intravide la schiena nuda di Yule, che stava strappando la casacca dalle mani dell’architetto. La infilò di nuovo e accorse al suo fianco. Presto il giovane si riprese e solo allora si accorse che le tasche della sua compagna di viaggio erano piene all’inverosimile.

-Grazie.- riuscì a mormorare appoggiandosi a lei.

-Di nulla.- rispose sorridendo Yule facendo tintinnare il bottino raccolto nella casa.

Beril si alzò lentamente e si ritrasse inorridito quando vide il corpo di Mansour che marciva ad una velocità impressionante, riempiendosi di larve bianche che si dimenavano oscenamente. Yule esclamò disgustata arretrando a sua volta.

-La magia oscura non gli è servita a molto, eh?- disse non senza umorismo la giovane.

-Merito della spada, senza di essa sarebbe stato impossibile batterlo.- replicò Beril.

-Uno in meno. Ora però muoviamoci ad andarcene. Lavoro finito per stasera e bottino da vendere.- osservò Yule, continuando a fissare inorridita il cadavere di Mansour.

-Prima però facciamo in modo che nessuno possa seguire le orme di questo stregone.- disse Beril ribaltando un candelabro sui fogli dei progetti.

I due si allontanarono dall’abitazione in fiamme sostenendosi a vicenda. Avevano vinto questa volta. L’intervento di Yule aveva fatto molto piacere a Beril e si meravigliò che quella ragazza solitamente egoista avesse deciso di esporsi per aiutarlo.

“Le fa comodo starti vicino... guarda quanti soldi le stai facendo fare! Uccidila subito, stolto!” insinuò la spada.

“Vecchiaccio malfidente.” rispose Beril “Oggi rimani a bocca asciutta, Yule ti ha rovinato i piani.”

“Alla fine vinco sempre io, ricordalo.” sentenziò l’entità.

 

 FINE