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.: Il Cacciatore:.
Il villaggio si presentò agli occhi di Dêron subito dopo che risalì il pendio. Le case di legno si tenevano una stretta all’altra nel candore della neve, ai piedi della collina bianca. Il fumo dei comignoli si confondeva con il plumbeo cielo, diventando un tutt’uno col freddo. L’aria pungente teneva a bada i paesani che, chiusi nelle loro case, si riparavano dal gelo dell’inverno. E dal drago. Gli stivali di Dêron affondavano silenziosi nel tappeto immacolato. Un sorriso beffardo gli increspava sempre quella faccia che si ritrovava, completamente rasata e quasi liscia, eccettuati i corti baffi neri che sembravano schernire ogni cosa, dall’alto del labbro superiore. Il solito mantello dall’ambiguo colore giallo, o rosso, gli sventolava dalle spalle, sorretto da due piccole teste di leone dorate che, assieme all’elmo a forma di testa di grifone con le fauci spalancate, gli donava un’aria nobile e impavida. Troppo ingombrante per essere riposta in una custodia, la spada doppia che impugnava gli sporgeva dalla schiena, lunga quasi il doppio di lui. L’impugnatura terminava con le bocche aperte di due grifoni, dalle quali sgorgavano poi le due lame. Continuò a camminare affondando nella neve. Per le strade del minuscolo villaggio non c’era nessuno, ma le finestre illuminate facevano supporre a Dêron che tutta la gente (come era solito in qualsiasi villaggio) si fosse rifugiata in casa propria o in una locanda. Alzò lo sguardo in alto, e riuscì a vedere, illuminata dalla fiamma tremolante di una lanterna, un’insegna che recava disegnato un drago addormentato. Aprì la porta e varcò la soglia: pochi tavoli erano occupati, ma la sua irruzione aveva attirato su di sé gli sguardi dei presenti. «Benvenuto al Drago Dormiente, straniero!» disse una voce alla sua destra. Dêron si chiuse la porta alle spalle, individuò il Capo-villaggio e quindi proclamò, o meglio, recitò, la solita solfa che pronunciava in ogni villaggio: «Salute a voi, brav’uomo; io sono Dêron Irmôd Ûnghbëssal Aihlodd, il famigerato Cacciatore di Draghi. Sono venuto a sapere che un terribile Serpente minaccia la vita della brava gente di questo splendido luogo. Sono così giunto a recare aiuto.» Detto ciò s’inchinò rispettosamente, dopo essersi sfilato l’elmo. «Siano lodate le Nubi del Cielo! Salute a voi, Dêron Irmôd… sono certo che ci sarete di grande aiuto…» «Sono qui per questo», sorrise il Cacciatore. «Oh, bene, bene, bene…» l’uomo guardò a terra, senza fissare niente in particolare. Poi alzò di scatto la testa e disse, illuminato: «Io sono Ryhnler, sindaco di Nerfhred» «Piacere di conoscervi, sire Ryhnler.», disse nobilmente Dêron. «Oh, sire Cacciatore», disse una voce familiare. Un uomo calvo con baffi bianchi spruzzati di nero si era avvicinato ai due. Non era molto giovane, ma sul viso portava un’espressione di innocente fanciullezza. Doveva essere l’oste, dato che la sua voce era la stessa che aveva salutato l’entrata di Dêron. L’uomo s’inchinò, rapido, goffamente. «Se volete accettare il mio invito, potrete dormire nelle mie stanze. Ce ne sono alcune vuote, e prima di andare a dormire mi permetterei di offrirvi una calda cena. Il Drago Dormiente è la migliore locanda di tutto Nerfhred… oltre che l’unica…» sussurrò alla fine. «Voi mi riempite il cuore di generosità! Che brava gente…» Dêron si congratulava con se stesso. Non vedeva cittadini terrorizzati a quel modo dall’incendio al castello di Uhl. Quello era uno tra gli incarichi migliori in cui si era imbattuto, un incarico che gli aveva portato non solo oro, ma anche la gloria e l’emozione di combattere sulla torre più alta di un castello. Senza escludere il fatto che quel castello era anche la capitale della regione… «Accetto le vostre offerte. Accetto il pasto caldo e l’alloggio, e domattina all’alba porrò fine al terrore che impregna il villaggio.» E con questo si diresse verso un tavolo, in fondo alla locanda, accanto al camino, e si accese la pipa, mentre il locandiere gridava di preparare in fretta il sugo per la carne che stava sul fuoco. Dêron si perse nel fumo e nel tepore dei camini. Si ritrovò quindi in mezzo al cielo della notte, una brezza penetrante gli pungeva il naso e le guance, nonostante l’elmo. Era buio, ma la luna riusciva a illuminare tutto come un fuoco d’argento… ed effettivamente, sotto di lui, vi erano dei fuochi. Fuochi e urla. Guardò sotto di sé: i piedi poggiavano sulla dura pietra del castello. Si trovava a Uhl, capì all’istante. E assieme a questo pensiero, gli saettò nella mente la coscienza di tutto ciò che stava avvenendo. Si rese conto di stringere lo scudo di Fryhnold nella mano sinistra, la spada bilama del suo trisavolo nella destra. Delle lingue di fuoco azzurro brillavano sulle lame, percorrendole ignorando le leggi della natura. Non illuminavano, ma emettevano comunque luce. All’improvviso Dêron avvertì uno spostamento d’aria, si avvicinò all’orlo della balconata e sotto di sé vide gente scappare dal portone principale del castello, qualcuno lambito dal rosso fuoco. E poi, ovviamente, lui. Il drago di Uhl si riversò con gran impeto fuori dal castello, mandando all’aria un muro e mille pezzi di pietra. Un’intensa luce gialla illuminò il drago, lingue di fuoco cercavano di stringerlo in un abbraccio, ma lui si librò in aria, avvolto dalle fiamme, e ruggì, felice. Dêron lo guardò salire, poi la testa del drago di abbassò e i suoi occhi ardenti incontrarono gli occhi infuocati del Cacciatore. Il drago girò su se stesso e con una poderosa spinta delle ali massicce si rivolse veloce contro Dêron. Spalancò le fauci a pochi passi di distanza da lui, schioccò i denti e la sua gola cominciò ad illuminarsi di fuoco. Ma Dêron balzò sul dorso della creatura prima che questa riuscisse ad ingoiarlo nella bocca fiammeggiante. La lama penetrò nelle scaglie del drago, e lì s’incastrò. Il Serpente volante si gonfiò, sbatté forte le ali e le ripiegò all’indietro. Il vento sferzava il volto di Dêron, ma lui non mollò, e anzi continuò a salire in alto, assieme al drago. Strinse le gambe attorno al suo dorso, prelevò con forza la spada dalle dure scaglie, e attese che la creatura salisse ancora più in alto. «Sali pure quanto vuoi», urlò Dêron alla bestia, sorridendo. «Posso ucciderti sulla terraferma, e lo farò anche sulle nuvole!» “Sei uno stupido” disse il drago a Dêron, attraverso un basso ruggito cavernoso che rivelava parole umane. “Più in alto non potrai respirare, ti mancherà l’aria, e con qualsiasi arma tu proverai a ferirmi, le mie scaglie riusciranno a proteggermi.” «Staremo a vedere, dunque» rispose l’umano. Afferrò saldamente la spada bilama e l’affondò nella parte superiore del lungo collo del drago. La lama penetrò le scaglie, il grasso protettivo, il sottile strato di pelle e, infine, raggiunse il muscolo della bestia. Il drago di agitò scuotendo la testa da una parte all’altra, si sgonfiò e spalancò le ali. Le fiamme azzurre che brillavano sulla lama ora si allungavano all’esterno facendo apparire la spada bilama come una lancia brillante. Alzò la spada e la riabbassò nuovamente, facendosi spazio nella cavernosa gola del drago. La creatura si agitò in spasmi violenti che disarcionarono Dêron dal dorso. Non si era accorto che si trovavano già in basso, sopra la torre più alta del castello. Assunse una posizione che lo spostò verso una delle funi che legavano la torre più alta alle altre, con le bandierine colorate per la festa che ci sarebbe stata durante la notte. Afferrando la spada con due mani e facendola scorrere sulla fune, riuscì a scivolare; da lì riusciva a vedere il drago che, assalito da spasmi violenti, cadeva giù… La fune lo fece giungere sul tetto conico appuntito di un’altra torre. Rimase in equilibrio e cercò con gli occhi il drago. Lo ritrovò. Si alzava nuovamente in aria, tra gli edifici di pietra, illuminato dal fuoco. Dêron sorrise. Il drago lo guardava con occhi di brace, infuriato ma stanco. Sbatté le ali, una volta, due, tre, quattro volte. Alzò la testa e Dêron notò che la sua gola stava tremando. Erano poco distanti. Quando la testa del drago fu davanti a quella del Cacciatore, a poco più di nove piedi di distanza, tirò indietro la testa, quindi aprì la bocca, abbassò la testa e sbatté i denti. Un’ondata di fuoco fu vomitata sullo scudo levato di Dêron, che si era abbassato per mettere a riparo la testa e i piedi. Sentì la vampata diminuire: scostò lo scudo: i rimasugli dell’ondata scappavano via dal buco che il drago aveva in mezzo al collo. Dêron alzò la spada verso il cielo. Le lame vennero lambite violentemente da grasse lingue di fuoco blu che si allungarono sempre più, sprigionando una tale luce che gli abitanti di Uhl, per un attimo, crederono che una nuova stella stesse brillando nel cielo della notte d’inverno. Dêron avvertì l’adrenalina scorrere in lui. Saltò in avanti verso il drago in un salto innaturale, alzò la spada in un ultimo spettacolare bagliore, poi la calò giù e l’arma attraversò il cranio del drago. Dalla bocca della creatura scaturì una chiarissima luce azzurra, che straripò dalle ferite che aveva sul collo. Lo stomaco del drago esplose in tuono di luce turchina, che invase la mente di Dêron in un’armonia di bianco candore. Si perse nel nulla. «Sire Dêron?» chiese cauta una voce. Dêron percepì che vi erano delle presenze. Aprì gli occhi e vide l’oste che lo guardava preoccupato. Dietro di lui, ancora più timorose, c’erano due donne, con grembiuli macchiati di cibo. «Come state?» le bianche sopracciglia dell’oste s’aggrottarono per la preoccupazione. «Sto bene, sto bene. La cena?» Dêron si sistemò e ripose da parte la pipa, che aveva tenuto in mano mentre dormiva. «Su
su avanti», batté le mani l’oste. «È pronta mio sire. Pochi
secondi e arriva», e detto ciò mostrò un caldo sorriso. «Come si
dice, “Una buona cena, e un caldo letto”». Si risvegliò all’alba, un’alba che nel Roghian è soffusa come tela attorno a una candela. Aprì gli occhi, e dapprima non riusciva a capire se era ancora notte o se stava ritardando. Uscì dal letto, e i piedi nudi poggiarono sul legno tiepido. Il caldo della stanza era confortante: nel camino erano rimasti ceppi ardenti di quercia del Roghian, che bruciava e si consumava lentamente. Dêron si diresse alla finestra, accanto al letto, e l’aprì. Un’ondata di freddo penetrante lo invase, pizzicandogli le guance, gli occhi, il naso. Richiuse la finestra. Dopo che fu lavato e profumato, scese nella locanda, brandendo spada e scudo. Molti abitanti del villaggio erano lì per ammirarlo. Dêron non li deluse, e rivolse a tutti un sorriso beffardo che diceva: “prima uccido il drago, prima mi prendo un tè”. Salutò con la mano quando uscì fuori la strada, e scompigliò i capelli dei bambini. Poi scese lungo un sentiero che aggirava il villaggio, e si ritrovò sul lato nord della montagna. Il sentiero saliva, e in poche ore giunse ad un’altezza tale che riuscì a vedere alcune cime delle montagne, verso nord. Quelle più lontane erano decisamente più grandi, nonostante paressero minuscole da quella distanza. Percorse un sentiero che costeggiava la parete rocciosa, il sentiero si strinse proseguendo più avanti, e mentre Dêron lo percorreva spalancando le braccia contro il muro, le sue dita sentirono una cavità. O almeno così penso il Cacciatore. Avanzò e si accorse che non era una cavità: c’era il vuoto. Non poteva sporgersi a guardare, altrimenti sarebbe caduto. Quindi allungò pochi altri passi, e volse la testa. Quello che vide fu un sentiero strettissimo, ai cui lati si alzavano le pareti montane. Pareva che l’enorme lama di un Colosso avesse tagliato la montagna. Dêron decise d’imboccare il sentiero. Camminava da un buon quarto d’ora, quando la mente gli sussurrò di cambiare i suoi piani. Alzò lo sguardo verso il cielo: i fianchi rocciosi erano davvero alti, ma lui in fondo stava camminando lateralmente. Il sentiero era largo almeno tre piedi. Poggiò le mani sulle fiancate della montagna. Con una spinta balzò in alto e spalancò le gambe: ora doveva solo procedere in quel modo. Una mano dopo l’altra, un piede dopo l’altro, sarebbe arrivato in cima. Si scorticò le mani in alcuni punti delle palme, ma riuscì a giungere in cima. Si congratulò con se stesso, le pareti erano davvero alte, e non ricordava quanto tempo fosse passato scalando la montagna. S’issò sul terreno, quindi diede un’occhiata in giro. Era giunto in quella che poteva essere una piazza, se lì si fosse trovato un paese. Dando uno sguardo oltre la montagna, attorno a sé svettavano le cime che appartenevano ai bassi monti del centro-sud del Roghian. Esplorando i dintorni notò un oggetto non poco lontano da lui. A prima vista gli parve la carcassa di un animale. Avvicinatosi, però, capì con felicità che era sterco di drago. Era congelato e aveva le dimensioni di un lupo. Era per questo motivo, pensò, che l’aveva scambiato per un animale. Ne staccò un pezzo con la spada, dato che gli escrementi erano congelati, e lo spostò lontano dal mucchio. Uscì fuori dalle vesti una pietra e la poggiò a terra, accanto al pezzo congelato di sterco. Percosse la pietra con la lama, provando più volte a causa della dimensione ridotta, e le scintille sprizzarono dal sasso. Lo sterco prese subito fuoco, la brina che lo ricopriva sfrigolò ed evaporò nell’aria. Ora Dêron aveva un fuoco. Fetido, sicuramente, ma pur sempre un fuoco. Doveva solo aspettare che il drago tornasse. Si avvolse nelle vesti ed attese. Le stelle brillavano nel cielo scuro senza luna . Non pensava a niente in particolare, lì sdraiato sulla fredda roccia. Guardava le stelle e sentiva il vento e tutti gli altri suoni impercettibili a cui non si fa caso, solitamente. Sentiva il suo respiro, il sangue che gli scorreva nella testa, il battito ritmico del cuore. Sentiva l’odore del freddo, lo avvertiva sulla pelle, e ciò gli faceva tornare in mente quando era bambino. Ricordava le grida di dolore, mentre la piccola sorella bruciava nelle fiamme del drago. Erano passati anni, ma ricordava ancora il sangue dei suoi parenti, dilaniati dagli artigli e dalle code dei draghi. Ricordava il piccolo villaggio su una delle minuscole isole della Neve Perenne che avvampava sotto l’attacco dei draghi. Nessuno credeva ai draghi, nessuno conosceva l’isola da cui proveniva. Nessuno sapeva che, camminando in mezzo alle macerie abbrustolite e alle torce umane urlanti, un ragazzino avanzava con le guance rigate da calde lacrime, stringendo forte nelle mani due spade. Lambita dalle fiamme, una delle creature del fuoco guardava i suoi fratelli e sorelle in preda al dolore. Dêron si mise a correre contro il drago, accecato dal furore ma privo di ogni timore di morte. Le lame trafissero le dure scaglie del drago: quando questo proprio non se l’aspettava, si ritrovò una spada in gola, e un’altra gli si stava piantando nel cranio. Dêron ci mise tutta la forza della sua disperazione, e dopo più colpi la lama si fece strada nella dura testa del drago. Da allora aveva reputato i draghi non mitiche creature leggendarie, ma nemici naturali che avrebbe dovuto scovare e uccidere. Cominciò forgiando le due spade -appartenute al suo trisavolo- che avevano ucciso il drago in una sola doppia spada. Il sangue bollente della loro prima vittima, o forse le fiamme, o altri umori del drago, avevano rese le armi talmente resistenti che nemmeno il più forte dei colpi su una roccia avrebbe potuto scalfirle minimamente. Dopo la spada venne quindi l’elmo e l’armatura, che aveva plasmato ricordando i grifoni, le creature leggendarie che combattevano i draghi, poiché, secondo le leggende, mangiavano le loro uova. Mentre guardava il cielo, e ascoltava i suoni della natura, udì un rombo nel cielo. Ma l’idea di un tuono non sfiorò nemmeno la sua mente. Il suono veniva dalle nubi. Spense in fretta il fuoco, lo coprì bene con la neve: dopo gli toccò coprire se stesso. Si rifugiò in un punto della parete montana in cui la roccia assomigliava ad un tetto, fece cadere la neve che lo ricopriva e ne fece in fretta un gran cumulo in cui s’infilò. L’aria era silenziosa, ma lui aveva imparato a riconoscerne i bisbigli più flebili, che arrivavano a lui perché più importanti. La corrente d'aria ne smosse i bisbigli, e Dêron avvertì la discesa del drago. Coperto dalla neve, Dêron poteva vedere senza essere visto. Il suo calore sarebbe passato inosservato, e così anche lui non avrebbe rischiato di essere visto. Il drago sbatté le ali freneticamente, prima di toccare il terreno con le zampe. Poteva avere non più di cent'anni, valutò Dêron: le purpuree scaglie del suo dorso assumevano una sfumatura marrone, sotto una luce migliore, ma non erano ancora abbastanza resistenti per una bestia di quell'età. Dêron attese qualche minuto, osservando attentamente le azioni dell'animale. Sembrava avesse intenzione di riposare, così si tenne ancora un po' da parte. Rifletté: non doveva agire subito; il drago avrebbe potuto affrontarlo nel pieno delle sue forze. Non poteva nemmeno farlo in seguito, quando avrebbe cominciato a dormire; l'unico sonno pesante dei draghi era il letargo, che arrivava raramente, e a seconda della razza. Inoltre, la reazione di un risveglio improvviso era peggiore di un combattimento nel pieno delle forze. Attese che attorcigliasse la coda attorno al corpo, d'altronde se avesse aspettato di più gli si sarebbe sciolta la neve addosso. Era certo che il drago non era addormentato completamente, così camminò cercando di fare meno rumore possibile sulla neve. Afferrò lo scudo slegandolo dalla schiena, e impugnò forte la spada bilama. Avanzò cauto verso la bestia, poi, quando tra lui e quella si trovavano almeno cinque passi di distanza, compì due passi saltellando in avanti e, sollevando la spada, l'affondò nel cranio. Non si aspettava un colpo critico istantaneo; infatti la spada si aprì pochi pollici all'interno dell'animale, che spalancò gli occhi dalla sorpresa, e cominciò a srotolare la coda. Ruggì il suo dolore e la sua rabbia in una folata di zolfo. Batté i denti per arrostirlo, ma il cacciatore lo aveva colto nel momento in cui non aveva abbastanza fiato da infiammare. La bestia dispiegò le ali mentre Dêron estraeva di scatto la spada dalle sue scaglie. Il cacciatore si allontanò velocemente dal terreno che veniva spazzato via assieme alla neve dalle ali del drago. Si allontanò abbastanza da poter pensare in fretta senza correre alcun rischio. Il drago stava descrivendo un anello nell'aria, sbatté le ali e scese rasoterra verso Dêron. Dêron si gettò di lato, mentre la creatura gli volava terribilmente vicina. Si rialzò senza scrollarsi la neve di dosso e, impugnando la spada a due lame, corse verso la creatura che si stava allontanando. Riuscì a raggiungerla quando ormai si stava per librare al di sopra delle rocce e del terreno. Con un balzo si aggrappò alla coda: si tenne stretto, e quando si sentì sicuro, afferrando le scaglie del drago, proseguì verso il dorso. Era difficile restarci sopra: le ali impedivano a Dêron di poter tenersi saldo con le ginocchia, e cadere da quell'altezza l'avrebbe ucciso non appena avesse toccato il terreno. Alzò la spada e l'abbassò violentemente. I primi strati di pelle si piegarono sotto la lama e si spezzarono. La spada si fece strada tra i muscoli e i tendini. Dovette abbassare la spada più e più volte, poiché la carne dell'animale era troppo dura per poter essere ferita con un solo colpo. Il drago si agitò sotto i colpi di Dêron, ruggì, il fuoco si perse nell'aria ghiacciata. È fatta, l'ho ucciso, sta morendo... e io con lui. Solo in seguito capì che si sarebbe schiantato sul terreno col drago. La creatura cadde. Sbatté contro la roccia della montagna, e Dêron riuscì a saltarle via dal dorso, urtando contro la pietra di una sporgenza della montagna. Diede un'occhiata in giù: il drago aveva le ali spalancate, e stava finendo sul terreno. Gli alberi gli trafissero le ali e ruppero qualche osso; il drago rimase fermo, tingendo la neve di rosso. Dêron respirò profondamente nell'aria fredda. Si sdraiò sulla neve e cercò di riposarsi. Poi udì un rumore. Dapprima credette che fosse provocato dalla neve. Poi però continuò, allora il cacciatore si rimise in piedi. Cercò di seguire la fonte del rumore, ma si ritrovò in mezzo alla “piazza” senza trovare nulla. Alzò gli occhi verso il cielo, e si accorse di una cavità nella parete rocciosa. Vi si arrampicò con difficoltà, ferendosi le mani fredde, e vi si issò all'interno. Un cucciolo di drago lo osservava con grandi occhi blu come la notte. Sembrava che non avesse scaglie dure ma membrana soffice e calda. Dêron impugnò la spada e strinse forte il manico. Il cucciolo di drago cercò di scrollarsi il freddo di dosso, ma tremava, e spalancando le piccole fauci emise un triste gemito acuto. Dêron si tolse il mantello di dosso e vi avvolse il cucciolo. Scese dalla parete montana e dopo aver rinfoderato la lunga spada cullò il drago come un bambino, tenendolo al caldo. Si allontanò nel freddo candore della neve. FINE
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