.: Sleeping Beauty :.
di Tomoko

Una nebbia leggera cominciava a calare sulla città, coprendo con il proprio manto argentato i tetti delle ville, le cime degli alberi e i piani più alti dei grattacieli, che parevano continuare all’infinito, quasi toccando la volta celeste. Un lampione si accese a fatica, mentre una luce intermittente illuminava l’asfalto ancora umido dalla pioggia della mattina; altri suoi simili parvero prendere vita, l’uno dopo l’altro, come una lunga processione di fiaccole dalla fiamma troppo luminosa. Un vento freddo stormiva tra le fronde degli alberi spogli, allungati verso il cielo come lunghi artigli e mani contratte per il dolore; il gemito malinconico dell’aria accresceva l’inquietante sensazione di trovarsi in mezzo ad esseri pensanti, creature dalla vita impregnata di tristezza…Ma a lei non importava tutto questo, non se ne accorgeva nemmeno mentre sfrecciava a tutta velocità sull’asfalto, gli occhi nocciola fissi sulla strada; una parte della sua mente eseguiva meccanicamente le azioni necessarie alla guida, controllando con attenzione il percorso; un’altra vagava, rivedendo con freddo ordine le visite effettuate durante la mattina, la signora Green e la sua bronchite, il figlio dei Lee e i suoi occhioni spaventati mentre l’ago della siringa si avvicinava pericolosamente al suo braccio, Mary-Ann e il suo viso stupito alla notizia di essere incinta di due mesi. Insomma, ordinaria amministrazione di una tipica giornata di inizio dicembre.
Frenò al semaforo, concedendo ai suoi occhi stanchi un attimo di riposo; i propri pensieri si catalizzarono su quell’unico momento che aveva cercato di allontanare dalla propria mente… Il telefono era squillato proprio nel bel mezzo di una visita (un adolescente con qualche linea di farebbe) e nonostante la cosa la irritasse, era stata costretta a rispondere. Quella voce femminile terrorizzata e singhiozzante le aveva ferito le orecchie più di un getto di vetriolo: aveva balbettato qualcosa a proposito di una bambola, della sua bambina che non voleva svegliarsi, poi le lacrime avevano avuto la meglio. 
-La prego, la prego, visiti mia figlia! Oh Dio, abbi pietà!
Era riuscita, dopo innumerevoli sforzi, a farsi dettare l’indirizzo, promettendo una visita a domicilio. Quando aveva riattaccato, la donna all’altro capo stava ancora ringraziando.

  Quando giunse davanti alla villa, il cielo si era già fatto scuro, ad eccezione di una sottile striscia purpurea all’orizzonte, e la nebbia pareva diventare più fitta di minuto in minuto, scendendo lenta assieme all’oscurità. La donna scese dalla vettura, osservando con un’espressione preoccupata la villa davanti a sé, i magnetici occhi nocciola oscurati dal dubbio. Senza rendersene conto, si era ritrovata nella zona più ricca della città, costituita completamente da ville lussuose, abitata solamente da persone per cui i soldi non avevano alcuna importanza. Per la precisione (ora la riconosceva), quella era la casa dei De Marine, conosciuti da tutti come la famiglia più in vista nella cittadina e nei suoi dintorni: erano apparsi più volte sul canale locale, oltre ad essere una presenza costante nella cronaca mondana; il signor De Marine, un assessore provinciale, e la sua signora, Roxanne, a sua volta proveniente da una famiglia influente, conducevano una vita perfetta, quella che tutti sognano di avere… La dottoressa scosse la testa: non riusciva a riconoscere nella voce femminile piena di disperazione della mattinata quell’aristocratica signora intravista di sfuggita in televisione…

Riscuotendosi dalle sue riflessioni, si avvicinò al cancello, il braccio già alzato per suonare il campanello, quando una brusca voce la interruppe:

-Dottoressa Brown?

-Sì, sono io.

-Entri. Venga immediatamente al terzo piano. La servitù le indicherà la stanza.

Il portone si aprì senza un cigolio, in un silenzio quasi innaturale, come a volerla sfidare ad entrare. Brown si strinse con violenza al petto la propria valigetta, il passo fermo e deciso che la conduceva nel giardino ben curato e poi all’interno di quella reggia, avvolta nella nebbia. Un’anonima cameriera l’accolse nell’atrio, guidandola nell’intricato labirinto di scale e corridoi, senza tuttavia pronunciare una parola… Brown, il viso insolitamente pallido ben fisso davanti a sé, cercava di ipotizzare quale malattia dovesse avere la piccola De Marine (si chiamava Silvie, se non andava errata) per ridurre in uno stato pietoso sua madre e costringerla a chiamare una dottoressa di provincia come lei. La donna di servizio si fermò con un piccolo inchino, le labbra unite in un’unica linea severa e gli occhi come quelli di un cerbiatto in trappola.

-I signori la stanno aspettando, signorina Brown.

La porta si chiuse alle sue spalle.

 

Impiegò qualche secondo perché i suoi occhi si adattassero all’oscurità che permeava nella stanza, palpabile come un sottile velo nero; un leggero senso di ansia cominciò ad insinuarsi nel suo animo, accompagnato ad una sensazione molto più familiare…

-Signorina Brown? Venga avanti.

La voce parve nascere dal nulla, per poi echeggiare a vuoto tra le mura della camera; una piccola luce rischiarava debolmente il centro della stanza, così pallida che in un primo tempo non era riuscita ad individuarla. I suoi passi risuonarono, sordi, sul pavimento freddo. La forma di un letto a baldacchino. Una cortina di seta rosa. Due figure indistinte chine sul letto, rannicchiate l’una contro l’altra.

-Signori De Marine…- cominciò Brown, assumendo un tono professionale.

-Bando ai convenevoli, ragazzina. Non sei qui per far mostra di buone maniere. Dimmi cos’ha mia figlia.

-Signor De Marine, non credo che aggredirmi sia la soluzione migliore per nessuno.

Una mano scostò bruscamente la cortina, rivelando il viso stanco di un uomo sulla cinquantina, gli occhi lucidi fissi nei suoi. La dottoressa non raccolse quello sguardo di sfida, dettato dall’ira di un uomo sull’orlo del collasso nervoso… Gettò una rapida occhiata all’altra figura seduta (la signora De Marine, un rosario tra le mani tremanti, la disordinata frangia bionda che cadeva sugli occhi allucinati), per poi rivolgere l’attenzione sulla figurina distesa nel letto.

Il cuore saltò un battito, per riprendere a martellare furiosamente contro il suo sterno: decine di pupazzi dalle più svariate forme e colori circondavano il corpo da scricciolo della piccola Silvie, i lunghi capelli color grano sparsi sul cuscino, come un’aureola dorata; il suo viso era di un pallore mortale, quasi trasparente, come se vivesse nell’oscurità da sempre… Una manina spuntava da sotto il candido piumone, inerte ed abbandonata come l’arto di un burattino…

-Da quanto tempo…- si inumidì le labbra, gli occhi spalancati su quello spettacolo di una malsana purezza –Da quanto tempo è malata?

-Da una settimana. Non aveva nulla, sana come un pesce. Poi, è andata a letto una sera e… non si è più svegliata… É come se fosse caduta in coma…

La dottoressa voltò il capo verso l’uomo, il viso contrattato in una smorfia di disgusto ed incredulità.

-Immagino che non abbiate neanche provato a portarla in ospedale… Troppa pubblicità, vero? Il vostro costosissimo medico di famiglia? È andato in vacanza?

Il silenzio tornò a riempire la camera… L’accusa sussurrata della ragazza continuava ad aleggiare sopra di loro come un avvoltoio confuso con l’oscurità. De Marine tornò a sedersi, prendendosi la testa tra le mani, in un gesto di estrema disperazione, mentre il moro medico prendeva a visitare la piccola dormiente.

Eppure, man mano che proseguiva con i controlli, Brown sentiva che non si trattava di un semplice stato comatoso: in fondo, anche se i genitori della ragazzina erano così attaccati all’immagine, non avrebbero mai rinchiuso la loro figlia malata in una stanza buia per una settimana. E Silvie sembrava veramente addormentata: riusciva ad intravedere l’impercettibile movimento degli occhi sotto le palpebre, anche se la piccola non rispondeva ad alcuno stimolo esterno.

Si sedette sul bordo del letto, la mano che copriva il viso stanco.

-Ha preso qualche medicina, la sera prima di addormentarsi? E’ successo qualcosa di particolare?

Una risatina sottilmente isterica accolse questa frase, con l’unico effetto di farle congelare il sangue nelle vene.

-La bambola… la bambolina… dormirà con te, piccolina…

-Stai zitta, stupida donna! Taci!

L’urlo di De Marine sembrò calmare Roxanne, che riprese a recitare silenziosamente il rosario. La dottoressa cominciava a rendersi conto che quella che aveva davanti era un essere umano profondamente sconvolto, e nessuna preoccupazione, per quanto grande, può rendere pazza una persona.

-Roxanne…- parlò con un tono estremamente conciliante –Cosa vuoi dire? Quale bambola?

De Marine balzò in piedi, gli occhi talmente spalancati che l’iride pareva sparire nel bianco della sclera, in un crescendo di grida.

-Siete due matte! Una più pazza dell’altra! Non starò qui un minuto di più! Non importa se la mia carriera sarà rovinata, non lascerò la mia bambina nelle vostre luride mani!

La fiamma della candela tremolò quando l’uomo uscì dalla stanza sbattendo la porta, urlando qualcosa di incomprensibile riguardo polizia e manicomio.

-Lui…- la voce di Roxanne era poco più di un sussurro –Lui non capisce. Non vuole vedere.

-Cosa non vuole vedere?

La donna alzò lo sguardo, fissandola con due zaffiri pallidi ed inespressivi, fin troppo simili a biglie vuote; si alzò in piedi, barcollando con passo malfermo verso un angolo della camera completamente buio. Brown rimase seduta, congelata sul posto, il cuore che le martellava sempre più forte nel petto al passare dei secondi. Roxanne riemerse ben presto dall’oscurità, tenendo tra le mani quella che pareva essere una bambola di porcellana: il vestitino indaco si intonava perfettamente con i grandi occhi ametista, eternamente spalancati in un’espressione di stupore, le labbra stirate in un sorriso splendente come la lunga chioma bionda. Ogni particolare era colorato magnificamente e la pelle… oh, quella pelle! Sembrava fremere e respirare, perfetta sotto la luce tremolante della candela.

-Lei… adora questa bambola, molto più di tutti gli altri giocattoli… La vuole sempre con lei per dormire… Sono inseparabili. Ma da quando si è addormentata… la bambola è cambiata…

Due passi verso il letto. Le mani tremanti che posavano la bambola sul petto della piccola. Un brivido freddo che fece tremare la dottoressa… E poi… Quella risata…

Brown indietreggiò, aggrappandosi ad una sedia, come desiderando che quel misero pezzo di legno la proteggesse. Quella risata le era entrata sotto la pelle ed ora strisciava lentamente, come un viscido insetto, riportandole alla mente ricordi poco piacevoli: uno stanzino delle scope in cui era stata rinchiusa per gioco all’età di sei anni, la sensazione che milioni di piccoli vermi si arrampicassero sulle sue braccia, infilandosi nei suoi vestiti…

-Ciao dottore! Sei venuta a visitarmi?

Una voce infantile. La bambola, prima mollemente poggiata sul petto di Silvie, si era rizzata a sedere, il viso immobile rivolto verso di lei; Roxanne si era tirata le ginocchia al petto e fissava con occhi vacui le proprie mani, biascicando parole sconnesse che nella sua mente dovevano sembrare perfettamente logiche. Era ormai completamente persa.

-Dottore! Non mi farai una puntura, vero?

Brown aprì le labbra, senza che un suono uscisse dalla sua gola secca; un sorrisetto nervoso le increspò le labbra, poi gracchiò:

-No, stai tranquilla… Ma devo visitarti per sapere cos’hai.

-Ma io sto benissimo! Non sono mai stata meglio in vita mia! Posso dormire quanto voglio!

La bambola continuava a fissarla, gli occhi ametista immobili, il sorriso dolce e disturbante. Ora capiva perché Roxanne era uscita di senno… Cercò di mantenere il sorriso anche quando la bambola scoppiò in una risata ancora più forte della prima, continuò ad indossare la sua maschera di brava dottoressa anche se il suo unico desiderio era quello di fuggire il più lontano possibile da quell’essere…

-Ma i tuoi genitori sono preoccupati, vogliono che tu guarisca e ti rimetta presto. Per questo sono qui, per capire quello che hai.

La bambola abbassò leggermente il capo, come se qualcuno la stesse manovrando con dei fili invisibili… Ma non c’era nulla di artificiale il quel movimento, esattamente come nel sospiro che riecheggiò all’improvviso nella stanza.

-Mamma e papà non vogliono che Silvie guarisce… Vogliono solamente portarmi in giro come un trofeo…

-Non dire sciocchezze, i tuoi genitori ti vogliono bene!- esclamò, non credendo neppure lei alle sue stesse parole.

-Come ti chiami, dottore?- domandò la bambola, con voce assolutamente innocente.

-Iris. Iris Brown.

-Sai Iris, mamma e papà non mi hanno mai chiamato per nome… Per quanto mi sforzi di ricordare, non hanno mai usato il mio nome, Silvie. Per loro sono solo “la piccola De Marine”, oppure“figlia”, o “la piccola principessa”. Perché non mi chiamano Silvie, dottoressa Iris?

La donna rimase qualche secondo in silenzio, i denti candidi che tormentavano le labbra secche, il capo sempre rivolto verso la piccola addormentata e la bambola. Solo allora si rese conto che quel giocattolo parlava di sé come Silvie… Come se in quel corpicino di porcellana si fosse riversata la personalità della bambina.

-E poi perché non mi fanno mai una carezza? Tutte le altre mie amiche sono sempre coccolate dai genitori! Ed io invece no! Anzi, se faccio qualcosa di sbagliato, sono subito lì a sgridarmi e a picchiarmi! Soprattutto la mamma!

-La… la tua mamma? Ti picchia?

Quest’ultima rivelazione aveva aperto una distesa di ipotesi riguardo al presunto “coma” della piccola: se i genitori usavano regolarmente la forza su di lei, allora l’intera situazione aveva logica. Un piccolo brivido le salì lungo la schiena: quanta logica si poteva intravedere in una situazione del genere? Non c’è nulla di razionale in una bambina addormentata che parla attraverso un comune giocattolo.

-Certo che mi picchia! Dice che non sono una brava bambina, che dovrei comportarmi più da signorina, ma io voglio solo giocare come i miei amici… E poi papà… papà parla sempre in modo strano con me. Mi abbraccia sempre così forte che quasi mi soffoca, e mi dice sempre che avrebbe dovuto sposare me, non “quella vecchia strega di tua madre”! Ma papà è troppo vecchio!  Io voglio sposare Michele!

Iris trattenne il respiro, cercando di assimilare ciò che la piccola Silvie le aveva candidamente confidato; suo padre, il famoso assessore De Marine, non solo non era così legato alla moglie come mostrava in pubblico, ma (poteva affermarlo senza esitazioni) era attratto in modo morboso dalla figlia di appena dieci anni... La stanza stava cominciando a volteggiare attorno a lei, come presa in un frenetico tango. Troppe, troppe cose erano state svelate, così tante che la sua povera testa minacciava di esplodere da un momento all'altro.

-Silvie... senti, piccola, lo sai che quello che dice tuo papà non è giusto, vero? E che tua mamma non dovrebbe picchiarti?

-Vuol dire che sono cose sbagliate, dottoressa?

La voce della bimba era diventata esitante, quasi si fosse resa conto di aver parlato troppo.

-Certo che lo sono! Loro non dovrebbero trattarti a questo modo!

-Eppure lo fanno.

Possibile che una bambina potesse esprimere tanta malinconia? Che possa essere così adulta nella sua innocenza?

-Questa è ciò che possono donarmi. Quello che loro reputano essere amore. Non importa se per gli altri questo è sbagliato... Io... vorrò sempre bene a mamma e papà.

Una lacrima di cristallo cadde sul viso di porcellana della bambola. La stessa lacrima che luccicava sulle guancia di Silvie.

 

De Marine chiamò la polizia e dopo poco le volanti ingombravano il piazzale davanti alla villa, accerchiandola completamente; con loro giunse anche un'ambulanza a sirene spiegate, cosa che naturalmente non piacque al padrone di casa. Gli agenti costrinsero Iris a lasciare il capezzale della bambina, minacciandola di farle passare una notte in guardina se avesse osato opporre resistenza. Incredibilmente, il medico se ne andò di sua spontanea volontà, non prestando attenzione ai poliziotti che la circondavano. Non pronunciò verbo fino all'ingresso, poi si voltò verso De Marine, che la osservava soddisfatto dalla cima delle scale, e disse:

-Non potrai nascondere il tuo segreto per sempre.

La faccia tronfia dell'uomo assunse un pallore mortale, per poi colorarsi di una vivace tonalità purpurea. I suoi improperi e le sue urla giunsero fino alle volanti ferme davanti al cancello.

 

I mesi passarono, susseguendosi con lentezza esasperante: l'inverno resistette con tenacia fino a marzo, ma la primavera irruppe come un tifone, sbaragliando neve e gelo; le dolci ninfe dei fiori si destarono dal proprio lungo sonno, riportando alla vita tutta la natura attorno a loro, solleticata da un nuovo e brillante sole.

Iris tornò dal lavoro con un viso corrucciato, imprecando intimamente; ogni primavera, per lei, era sempre la stessa storia: non riusciva mai a capacitarsi di quanta gente potesse essere allergica al polline... E, ovviamente, tutti si riversavano nel suo ambulatorio! Che tortura! Per non parlare della madri preoccupati per i propri figli: dopo il famoso "caso De Marine", ogni volta che i poveri pargoli accusavano un accenno di stanchezza, quelle si precipitavano nel suo studio, sommergendola di domande su vaccini e malattie tropicali. Iris sospirò: erano ormai passati più di due mesi, ma lo stupore e l'incredulità non accennavano a diminuire. Quando si era scoperto che la figlia dell'assessore era malata, i rotocalchi si erano sbizzarriti, pubblicando notizie su notizie, non importa se veritiere, sulla famiglia della piccola. All'annuncio pubblico del padre di rivolgersi contemporaneamente ad un rinomato chirurgo e ad un esorcista, la città era andata in subbuglio: non c'era bar, piazza, violo e cantuccio in cui non si mormorasse e si discutesse sulla decisione dell'uomo. Solo pochi avevano avuto il buon gusto di tacere, tenendo la propria opinione per sè. Tuttavia la notizia della morte di Silvie non aveva destato alcuno stupore: già dall'inizio le sue condizioni erano apparse critiche e quasi nessuno si era illuso di vederla guarita. Fonti ufficiali dicono che sia deceduta per collasso cardio-circolatorio, ma i più sospettano

che sia morta per inedia; l'esorcista aveva molte volte affermato che l'unico modo per fare uscire il Maligno dal corpo della ragazza fosse quello di spingere verso il baratro il fisico della piccola. Probabilmente quel baratro era più vicino di quanto non si immaginasse.

Scendendo dalla macchina, Iris si fermò a contemplare per qualche secondo l'astro calante, che illuminava di fiamme l'orizzonte. Dopo i funerali della piccola, la famiglia era caduta in disgrazia: Roxanne fu rinchiusa in un istituto di igiene mentale, mentre si scoprì che l'assessore era implicato in un vasto caso di corruzione; tutti i loro beni, la casa e vari possedimenti erano stati tutti venduti all'asta, pezzo per pezzo.

Una fine meritevole per due esseri che avevano fatto della loro vita una continua comparsa sul palcoscenico.

Entrò nell'appartamento, vagamente illuminato dai raggi carmini del sole morente; il tipico profumo di casa l'avvolse come una caldo velo. Si gettò a braccia spalancate sul letto ancora disfatto dalla mattina, sospirando soddisfatta.

-Che stanchezza...

-Ciao dottore!

Una voce infantile riecheggiò nella stanza. Riscaldata dai tiepidi raggi del sole, seduta compostamente su una mensola, una bambola dalla lunga chioma dorata la fissava con occhi ametista spalancati.

Un sorriso illuminò il viso di Iris.

-Ciao Silvie.

FINE