|
.: Sogno o Il Fiordaliso Nero
:. A destra l'oro dell'orzo
maturo, a sinistra il timido giallo ancora screziato di verde del
frumento, sotto i piedi la polvere rossastra del sentiero sterrato. Polvere che si insinua negli
zoccoli, macchia i piedi e imbianca il tessuto nero e consumato della
tetra divisa indossata dalla stanca ragazza che percorre quattro volte al
giorno la strada che taglia i campi. Come ogni mattina, il sole nascente
negli occhi, cammina lenta sollevando la polvere del sentiero che conduce
al paese, per andare a scuola. Strascica i piedi a terra, si distrae
guardandosi intorno: cerca di prolungare il più possibile il viaggio,
ormai andare a lezione non la entusiasma più come una volta. Il regime ha trasformato
l'istruzione in stralci di nozioni (le poche sopravvissute alla pesante
censura) aridamente ripetute agli studenti da persone troppo impaurite per
raccontare la verità. Una verità facilmente intuibile: al potere una
persona appoggiata dalla criminalità organizzata sta mandando allo
sfacelo il Paese, la Costituzione è ormai al macero e la Democrazia è
solo un bel ricordo. Una verità accessibile ai pochi rimasti senza
paraocchi. I colori ed i profumi della
campagna diventano presto una scusa per rallentare ulteriormente la
marcia. Una coccinella su una spiga diventa subito protagonista della
scena, addirittura ricettacolo di invidia per la sua libertà. Il
sopraggiungere di un'ape su un fiordaliso basta a far dimenticare la
scuola: la ragazza entra nel campo facendosi largo tra le spighe, e si
sdraia sulla terra ancora fredda. Attorno a lei il grano piegato, sotto la
schiena il terreno friabile e irregolare; sopra, i colori cangianti del
cielo riscaldato dal sole appena sorto. Di andare a scuola proprio
non se ne parla. Che la vadano pure a cercare a casa, i soldati in divisa
nera: non la troveranno. E non troveranno nessun altro. Sua madre è già stata
portata via, troppa sete di giustizia, utilizzo di vecchi libri per
l'insegnamento, un'altra marea di libri scomodi a casa. Il regime è terrorizzato
dalla cultura, punta a creare una generazione di analfabeti per ottenere
il totale controllo della popolazione. E purtroppo ci riesce, manipola
l'informazione su carta e monopolizza quella via etere. Quand'è che ha regalato il
vecchio televisore al robivecchi? La ragazza non lo ricorda neppure. Solo
il padre lo usava, ma non c'è più da molto tempo ormai. Vittima della
sanità totalmente allo sfacelo creata dall'allora neonata dittatura: in
casa non c'erano certamente i soldi per permettersi le cure di una
clinica, l'edificio basso e bianco nella vicina città. Il cielo ormai abbandona
l'indaco virando verso un azzurro più deciso: la ragazza lo fissa,
incurante della pelle d'oca impadronitasi delle sue membra. Non ha alcuna
voglia di alzarsi, e pensa già ad una giustificazione plausibile da
presentare l'indomani all'insegnante e ai militari di guardia alla classe. -Qualsiasi cosa dica, non mi
crederanno.- La voce bassa e leggermente
roca non è abbastanza alta da coprire il frinire dei grilli. Pensando all'inutilità di
qualsiasi scusa davanti ai manganelli della polizia, la ragazza scivola
pian piano in uno stato di tranquillo torpore. I grilli non ostacolano il
sopraggiungere del sonno, e neppure le formiche ed i ragni, avventurandosi
sulle gambe scoperte. Un aereo è ben più molesto
degli insetti: la ragazza apre confusa gli occhi, subito costretta a
socchiuderli a causa della forte luce. Ha dormito parecchio, il sole è
quasi allo zenith ed illumina sfacciato le ali metalliche di un piccolo
aereo da turismo agonizzante, costretto ad un volo irregolare e seguito da
una scia di fumo nerastro. Riparandosi gli occhi con le
mani, fissa affascinata la parabola discendente del rosso uccello di
ferro, in continuo avvicinamento. Il fumo dietro di esso
compone una linea spezzata, indice dell'assoluta instabilità del velivolo
ma anche della presenza di un pilota che cerca di contrastarla. La ragazza, ormai abituata
alla luce accecante, fissa affascinata la gamma di bruni e di grigi
assunta dal fumo, unica imperfezione nel limpido cielo. Ormai a pochi metri dal
terreno l'aereo la supera, ed atterra tra la strada ed un campo d'orzo
già mietuto, bloccandosi solo tra gli sterpi di una piccola boscaglia di
acacie selvatiche cresciute spontaneamente tra due diverse coltivazioni. Incredula, la ragazza si
accovaccia tra le spighe, sbirciando ad di sopra dei corti baffi verdastri
del frumento: l'aereo è ormai avvolto da un turbine di fumo nero, non ci
sono segni di vita ma neppure fiamme che lambiscano il motore. Il cuore che batte a mille,
è in preda ad una curiosità screziata del terrore più assoluto: avanza
di pochi passi, sempre accovacciata, ma si blocca immediatamente non
appena una figura affumicata esce dalla carlinga, tossendo e cercando di
correre lontano dal velivolo fumante. -Dio, Elena, fa'
qualcosa...- Sussurra per abitudine il nome di un dio in cui non ha mai
creduto, Elena, mentre il suo cuore continua a battere all'impazzata e la
divisa scolastica si impregna del sudore che traspira copioso. La sua schiena è scossa da
un brivido gelido, uno sparo sopraggiunge a frenare la disperata corsa del
pilota. Non riesce a muoversi la
ragazza, e trema. Fissa terrorizzata il cadavere riverso sulla stoppia,
finché alcuni movimenti nella boscaglia non la distraggono: ne esce un
uomo in uniforme nera e stivali in pelle, che si guarda intorno ed emette
un fischio ficcandosi i mignoli in bocca. Il rumore acuto risveglia
Elena, che smette di tremare ed è ormai abbastanza lucida per sdraiarsi
in mezzo al grano cercando di dare nell'occhio il meno possibile. Ma ormai l'uomo è rivolto
verso i pochi alberi, dai quali sbucano silenziosi quattro, cinque
militari, sempre vestiti di nero ed armati. Il sole risplende sui loro
stivali e sulle lunghe canne dei fucili. Alcuni si avvicinano al
presunto cadavere, rivoltandolo per assicurarsi che sia morto: un
rigagnolo di sangue sgorga dalle labbra, dal corpo proviene un flebile
lamento; uno degli uomini gli punta prontamente la canna del fucile in
fronte, e preme il grilletto. Elena abbassa di scatto la
testa, gli occhi spalancati a fissare il terreno. Afferra nervosamente i
sottili steli delle spighe tra le mani, cercando di ricacciare giù
l'enorme groppo che le si è formato in gola. Tra le lacrime, rialza la
testa appena in tempo per accorgersi dei soldati che ispezionano l'aereo
fumante e ne estraggono una valigetta in metallo, che di mano in mano
arriva all'uomo uscito per primo dal bosco. Questi punta l'indice prima
sul cadavere del pilota e poi sul velivolo, al che ritorna tra gli alberi. I soldati si muovono veloci
e silenziosi, due issano il morto sull'aereo, allacciandogli addirittura
le cinture, un terzo ed un quarto si preoccupano di accumulare paglia
sotto la carlinga, l'ultimo attende che tutti si siano ritirati nella
boscaglia e scarica una raffica di colpi giusto sul serbatoio. Non ci vuole molto perché
si sviluppino le prime fiamme, coadiuvate dalla paglia e dai vapori del
carburante: Elena caccia giù le lacrime, si soffia il naso nell'orlo
della lurida camicetta e si rimette accovacciata. Ha il sedere pieno di
terra ma sembra non badarci, attirata da un nero furgone blindato che
sbuca da dietro l'esiguo boschetto e si allontana lungo la strada di
terra. L'aereo è ormai avvolto
dalle fiamme. Elena trova il coraggio di
alzarsi solo quando del furgone non c'è più traccia, e le fiamme si sono
impadronite anche delle povere acacie che hanno assistito al macabro
spettacolo di poco prima. Le gambe non la reggono, è costretta ad uscire
dal campo gattonando, graffiandosi i palmi delle mani e le ginocchia, e
schiacciando chissà quante formiche o coccinelle. Solo i grilli volano
via al suo passaggio. A fatica si mette in piedi,
è scossa dai temiti, e le ginocchia cozzano ribelli l'una contro l'altra.
Ancora attonita, forse non riesce a comprendere l'entità di ciò a cui ha
appena assistito. Capisce solo che si tratta
della morte, e forse anche della guerra. In ogni caso di qualcosa di
immensamente più grande di lei che la attira come un fiordaliso può
attirare un'ape da miele ma la atterrisce come un ragno può atterrire la
stessa ape. Volta la testa, le acacie
fumano divorate dal fuoco, l'aereo è ormai una carcassa nera e rugginosa. Il pilota ghigna
carbonizzato dall'abitacolo, le ultime propaggini di fumo nero muoiono
sfumando in quello bianco, frutto del vecchio boschetto rinsecchito. Le gambe
formicolano pesanti, con fatica prova a muoversi. Ci riesce. Due pacche sul sedere sono
sufficienti a far cadere la terra rimasta attaccata alla pelle, una mano
tra i capelli semina a terra fili di paglia e qualche ragnetto. Un passo dopo l'altro,
lentamente, striscia i vecchi zoccoli nella polvere, disfacendo le
impronte lasciate dai pneumatici del furgone blindato. Fin dove si vede la strada,
si vedono i solchi delle ruote. Il vento pomeridiano asciuga
il sudore, scompiglia i capelli, pulisce l'aria dal fumo di morte. Elena cammina dapprima
titubante verso l'orizzonte, poi le sue gambe riacquistano la sicurezza
perduta e sollevano veloci nubi di polvere rossa. La sua casa è dalla parte opposta, il furgone è un fiordaliso nero.
FINE
|