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.: Lo Specchio di Ghiaccio:. Brillavano
mille luci, pari unicamente alle stelle. Su ogni porta, balcone o
vetrina esse luccicavano come lucciole in una sera d’estate. Musiche
danzavano nelle strade e volavano come farfalle su ogni persona,
contagiandola con il loro sapore festoso. Il rosso, il verde ed il
dorato, e poi l’argento, il blu ed il bianco: cascate di colori che si
scioglievano in ogni abitazione o negozio. Il
Natale era alle porte e già se ne assaporava l’odore, quell’essenza
tutta particolare che miscela il profumo di dolci appena sfornati con
quello pungente della neve. Sì, la festa di Santa Claus era finalmente
giunta ed i bambini avevano percepito più chiaramente di altri
l’arrivo di quell’evento. Felici ed eccitati, si ammassavano nei
negozi di giocattoli, prendendo nota mentale di tutto ciò che avrebbero
successivamente chiesto dell’omone barbuto e dalla pancia un po’
troppo rubiconda. Robot
parlanti e videogiochi di ultima generazione, fornelli digitali per fare
i dolcetti e bambole che si muovono, parlano e mangiano, persino. Tutto
veniva rigorosamente scritto nella letterina e poi accuratamente inviata
in un posto lontano di cui solo il cuore incorrotto dei bambini conosce
l’indirizzo: la Casa di Babbo Natale. E mentre i bambini gironzolavano
per negozi alla ricerca del dono perfetto, in quella baita di legno,
immersa nella neve 365 giorni all’anno, vi era un’atmosfera tanto
indaffarata che l’abitazione stessa pareva essersi messa a lavoro per
facilitare le mansioni. Gli
Elfi si facevano in quattro per svolgere tutti i loro compiti e,
nonostante questo, dovevano faticare fino a notte fonda per riuscire a
completarli. A qualche giorno dal Natale erano tanti i lavori da fare:
la slitta da revisionare, le renne da rimettere in forma, i giocattoli
da costruire ed evitare che Blink, l’Elfo inventore, ne combinasse una
delle sue. E poi, ovviamente, c’erano da smistare tutte le letterine
arrivate in quell’anno, ognuna delle quali doveva essere visionata dal
grande capo in persona. Esse venivano raccolte in grandi sacchi e
successivamente trasportate nell’ufficio privato di Babbo Natale, il
quale, chino sul tavolo e con i suoi occhialetti tondi poggiati sulla
punta del naso, doveva annotare ogni richiesta che tutti quei bambini
gli avevano spedito. «Tobias
Deener vuole una macchinina radiocomandata, il Robot K2 e la Bambola
Annika.» interruppe la propria lettura con un profondo sospiro «Un
altro» commentò pensieroso «Cosa
la turba, signore?» chiese il piccolo Sintin, il quale stava lottando
contro la sua bassa statura per riuscire a poggiare la tazza di
cioccolata calda sul tavolo «Questo
bambino è il decimo, oggi, che mi chiede questa bambola. - spiegò - E
se contiamo anche tutti quelli degli scorsi giorni, arriviamo almeno ad
un centinaio» «In
effetti è un po’ strano che un bambino chieda una bambola, ma, lo sa,
di questi tempi…» «Non
intendevo questo. Volevo dire che è la prima volta che sento parlare di
questo giocattolo. E poi, guarda qua» disse, mostrandogli la lettera e
puntando un dito paffuto su una frase in particolare che l’Elfo si
apprestò a leggere «La
voglio tanto perché mi piace guardarmi nel suo Specchio di Ghiaccio» «Ripetono
tutti la stessa cosa» disse l’uomo, giocherellando con i riccioli
della sua barba bianca «Ma
cos’è questo Specchio di Ghiaccio?» «E’
ciò che desidero scoprire - rispose l’altro, alzandosi in piedi -
Raduna la Squadra d’Azione. Che prendano alcune di queste bambole e le
portino qua! Vediamo un po’ com’è questa Annika che tutti vogliono» E
come poteva essere una bambola se non bellissima? Il
corpo sottile, capace di rompersi al minimo tocco, celato da un abito
fatto di sbuffi di raso, nastri e pizzi, medesimo tessuto che tatuava le
sue braccia su fino al gomito, nascondendone la pelle chiara, tanto
chiara da sembrare neve. I capelli lunghi, che scivolavano ondulati fino
al fondo della sua schiena, vantavano lo stesso colore dell’ebano ed
uguale consistenza della seta. Deliziose, le labbra sottili brillavano
rosse sotto il naso, piccolo e paffuto sulla punta. Ma la cosa che più
colpiva in lei erano i suoi occhi: verde come gli abeti, quello di
destra, ed azzurro come il cielo in primavera, quello di sinistra.
Entrambi guardavano curiosi ogni cosa, come se essa potesse apprendere
dal nuovo, come se potesse essere effettivamente cosciente delle proprie
azioni, pur essendo solo una bambola. Babbo
Natale rimase ammaliato da un giocattolo tanto accuratamente costruito e
comprese perché tanti bambini lo desiderassero ardentemente al proprio
fianco. Non appena le si accostò, sentì un brivido sciogliersi caldo
all’interno del suo petto. Il medesimo brivido che aveva accarezzato
ogni animo sensibile che a quella bambola si era avvicinato. Una
volta scioltosi dall’incanto, però, notò con un certo disappunto che
i suoi sottoposti avevano portato un solo esemplare di quel magnifico
prodotto. «Non
vi avevo chiesto di portarne almeno cinque?» L’Elfo
responsabile della Squadra sembrò sentirsi a disagio «Sì, signore.
Ma, vedete, lei è l’unica che siamo riuscita a trovare» «Com’è
possibile?» domandò l’uomo, sinceramente scettico dinanzi a quella
notizia «Perché
io sono l’unica al mondo» spiegò la bambola, incantando tutti con la
sua voce talmente cristallina da parer appartenere al mondo celeste «Il
Maestro ha realizzato me sola» L’espressione
sul volto barbuto mutò velocemente da stupita a demoralizzata. Se ciò
che diceva il giocattolo era vero, lui come avrebbe potuto soddisfare
tutti quei bambini che non attendevano altro che lei? Ma, ripensando ad
ogni lettera ricevuta, gli venne un’idea. Se tutti loro desideravano
quel prodotto per potersi guardare attraverso il suo Specchio di
Ghiaccio, non era necessario ricostruire cento bambole ma sarebbe stato
sufficiente costruire altrettanti di quei particolari specchi. «Annika
è il tuo nome, vero?» lei mosse il capo in senso affermativo «Allora,
mi mostreresti il tuo Specchio di Ghiaccio, per favore?» le domandò
gentilmente «Specchio
di Ghiaccio? Signore, io non porto nulla del genere con me» «Non
è possibile, bambola cara - replicò l’interlocutore - Tutti quei
bambini dicono di averlo visto e di non desiderare altro» Il
giocattolo parve confuso da una tale rivelazione «Ma io non ho nulla
che rassomigli ad uno specchio ed il Maestro mi ha dato la vita
escludendo le bugie dal mio corpo» Ad
una tale sicurezza, Babbo Natale non poté far altro che credere a
quelle parole e a veder sfumare la possibilità di donare a quei bambini
ciò che avevano richiesto. Fortunatamente
s’intromise Blink, il quale, di tanto in tanto, sfornava delle idee
quasi intelligenti. «Direi
che sarebbe opportuno fare degli esperimenti, signore - propose - Magari
i bambini hanno visto qualcosa di cui nemmeno lei è a conoscenza. Se
potessimo analizzarla, probabilmente troveremmo ciò che i piccoli
desiderano». Illuminato
da una ritrovata speranza, il padrone della baita non poté far altro
che chiedere alla futura cavia se volesse aiutarli in quel loro
progetto. Questa mostrò ancora una volta il suo splendido sorriso «Il
Maestro mi ha creato perché rendessi felici i bambini e sicuramente
aiutando voi, il nonno buono di ogni bambino, io presterò fede al mio
compito. Sarò lieta di aiutarvi» disse, inchinandosi elegantemente. Si
diede così inizio all’operazione “AAA:
Cercasi Specchio di Ghiaccio”, come l’aveva fantasiosamente
battezzata l’Elfo inventore, il quale vibrava dall’ eccitazione al
pensiero di poter scoprire i misteriosi meccanismi che permettevano a
quel giocattolo di muoversi ed agire proprio come una persona reale, e
saltellava per tutto il laboratorio alla ricerca di tutti gli strumenti
necessari. Nel medesimo istante, Annika, spogliata d’ogni abito,
cercava di sistemarsi il meglio possibile sul lungo tavolo in legno che
occupava il centro del laboratorio. Sulla soglia, infine, sostava il
grande capo, il quale sorvegliava attentamente tutta la scena per
impedire che l’estro fin troppo creativo di Blink finisse per
intaccare fatalmente quel giocattolo di rara magnificenza. Non
appena fu tutto pronto, l’Elfo cominciò ad ispezionare quel
corpicino, con l’obbiettivo di trovare l’oggetto ormai diventato
quasi leggendario. Tac,
sonde, raggi X, gamma ed Y. Dopo due ore di lavoro e dopo ogni sorta di
macchinario o qualsivoglia diavoleria non vi era ancora la minima
traccia dello Specchio di Ghiaccio o di qualsiasi cosa che potesse anche
solo vagamente assomigliargli. L’atmosfera nel laboratorio era presto
divenuta tesa e persino il sempre curioso Blink pareva aver perso tutta
la sua frenesia, sostituita da un comprensibile nervosismo. Per lui,
fallire così miseramente, era una delle peggiori cose che potessero
capitagli. Studiò
lungamente la bambola, la quale era immersa nell’imbarazzo più
totale, incapace di scusarsi per una colpa che, a conti fatti, neppure
aveva, e successivamente passò i suoi grandi occhi tondi su Babbo
Natale, che, inconsolabile, osservava sparire ogni speranza di trovare
quel dono tanto nascosto. «Mi
dispiace, signore» borbottò l’Elfo, la voce piegata da una venatura
irritata «Le ho provate tutte e non ho la minima idea di dove sia
quello Specchio! L’unica cosa che mi manca è cercarla al suo interno» «Non
importa, Blink. - lo tranquillizzò l’uomo - So bene che ce l’hai
messa tutta» «Perché
non possiamo provare? » suggerì timidamente l’oggetto della ricerca. L’inventore
s’illuminò immediatamente di una nuova luce, la quale, però, divenne
subito fioca dinanzi all’intervento dell’uomo sotto al quale
lavorava «Potremmo
romperti, Annika» spiegò questo, con il suo tono bonario. Ma
nonostante la prospettiva non molto rosea, il giocattolo non perse la
sua espressione serena «Io
sono stata creata per questo. E poi il Maestro potrà sempre ripararmi.» Vedendola
tanto sicura, a Babbo Natale non rimase altro che acconsentire e
permettere a Blink, mosso da un ritrovato eccitamento, di riprendere la
caccia al fantomatico Specchio, questa volta armato di bisturi, con aprì
abilmente un taglio proprio là dove le due colline si univano in una
pianura. E
successe, allora, ciò che nemmeno le favole più strane avrebbero
potuto raccontare: dalla ferita che l’Elfo aveva provocato, uscirono
lunghe linee vermiglie che, allungandosi come i petali di un fiore
appena sbocciato, bagnarono tutto il petto roseo. Sorpreso
e, specialmente, spaventato, l’inventore indietreggiò con un balzo,
fino a rotolare per terra, ai piedi dell’uomo barbuto. Questo si tolse
velocemente lo spesso giaccone, avvolgendolo attorno al corpo della
finta bambola. Scosso la guardò, specchiandosi, però, in un volto
tranquillo e sereno «Bambina
mia, perché non mi hai detto di essere umana?» le chiese, quasi
volendola rimproverare «Ma
io non lo sono» ribatté quella, accompagnando le proprie parole con
uno dei suoi dolci sorrisi «Io sono una bambola» «È
impossibile. Tu perdi sangue! » strillò il terzo, indicando con un
dito tremante la ferita che lui stesso aveva aperto «Solo gli esseri
viventi perdono sangue!» La
ragazza corrugò la fronte, iniziando a mostrare i primi segni
d’incertezza «Io sono una bambola e sono certa che il Maestro vi potrà
spiegare questa stranezza» L’uomo
in rosso annuì, pazientemente «Va bene, però, prima, dobbiamo
riportarti a casa» «Ma
non abbiamo ancora trovato lo Specchio di Ghiaccio» ricordò lei, in
apprensione. «Non
possiamo occuparci di questo. Tu non sei ciò che quei bambini ti
credono, tu sei un’umana esattamente come loro» Babbo
Natale, di certo, era molto convincente, eppure lei non cedeva alla
verità di quelle parole. Cocciutamente scosse il capo «No, io sono una
bambola. Il Maestro mi ha detto…» «Il
tuo Maestro ti ha mentito! » urlò Blink, seccato dalla sciocca
insistenza della ragazza davanti all’evidenza «Nessuna bambola perde
sangue. Tu sei un essere umano» «Il
Maestro non mi mentirebbe mai» ribatté la fanciulla, scattando in
piedi ed infuocata da un’ira che sembrava essere sconosciuta a quel
volto angelico «Io non sono una ragazza! Io sono una bambola» disse
cercando di essere convincente. Grosse lacrime scesero come fiumi dai
suoi occhi dal doppio colore, lasciando scie di trucco annacquato sulle
sue gote. «Io
sono una bambola. Io sono una bambola…» continuava a ripetersi per
non lasciarsi confondere, per rassicurarla sulla sua reale natura, per
credere ancora alle parole del suo amato Maestro. «Permettete
che ve lo dimostri: continuate gli esperimenti e trovate lo Specchio di
Ghiaccio» Ad
una tale e perversa idea, l’anziano uomo si oppose con forza «Bambina
mia, non posso permettere una cosa del genere» «Tu
esaudisci i sogni dei bambini, vero? - incalzò, scaltra, la bambola -
Allora, se è vero che io sono una ragazza come tu dici, devi esaudire
anche il mio, no? » Il
buon interlocutore si costrinse ad annuire, pur sapendo di commettere un
terribile errore facendolo «Il
mio desiderio - iniziò lei, guardandolo intensamente con i suoi
splendidi occhi ancora bagnati dalle lacrime -è che si continuino
questi esperimenti» A
stento la fanciulla tratteneva le grida mentre il sangue fuoriusciva,
raccogliendosi in ogni venatura che attraversava il tavolo in legno. Di
volta in volta ordinava all’Elfo quale parte ispezionare ed egli
alzava gli occhi verso grande capo, attendendo una conferma, o meglio,
un divieto a proseguire. Ciò che stava effettuando non era più una
ricerca, bensì si era tramutata in una terribile tortura che la giovane
si auto-infliggeva per convincere l’Elfo, Babbo Natale ed il mondo che
lei era una bambola, proprio come il suo folle creatore le aveva detto.
Per dimostrarlo soprattutto a se stessa. Eppure,
nonostante il pianto doloroso che la fanciulla era stata incapace di
trattenere e le grida che ogni tanto si sollevavano acute nell’aria,
l’uomo incaricato di portare doni a tutti i bambini non poteva far
altro che abbassare tristemente il capo, consapevole che nulla poteva
fare. Una volta consegnato un regalo, infatti, egli non poteva più
intervenire, anche se questo avesse messo a serio repentaglio la salute
del bambino. Perché quella era una legge e lui non poteva in alcun modo
ignorarla, neanche in un caso tanto eccezionale come quello che aveva
sotto gli occhi. Così
era costretto a subire i singhiozzi senza freni, a guardare quel
meraviglioso corpicino rivestirsi di nastri rubino e a spogliarsi di
stoffe morbide e rosate, senza che il fantomatico specchio fosse
trovato. «Ti
prego» supplicò quando il suo cuore si fu stretto troppo per resistere
oltre «Ti prego, Annika. Sei una bambola, ti credo. Ora smettila con
tutto questo». Le
labbra scarlatte, ormai martoriate da diversi morsi, si stirarono in un
sorriso, il quale aveva perso tutta la sua dolcezza, apparendo, anzi,
grottesco in tutta la sua sofferenza. «La
smetterò solo una volta che lo Specchio sarà trovato». Nonostante
tanta buona volontà, lo Specchio non venne trovato e la povera
fanciulla che si credeva un giocattolo era ormai in fin di vita, provata
fino allo sfinimento. Blink aveva smesso da tempo di torturarla e si
stava affaccendando per curare l’occhio destro, che lei stessa si era
pugnalata nella sua disperata ricerca dell’oggetto che tutti credevano
in lei nascosto, che era divenuto, per lei, il simbolo della sua reale
natura. Tutto
le sembrava immerso nelle nebbie di un sogno e persino i rimproveri
acidi dell’Elfo giungevano a lei come flebili suoni provenienti da un
luogo irreale e terribilmente lontano. «Annika
- la voce roca di Babbo Natale la raggiunse distrattamente - Annika,
vieni. Ti porto a casa» La
bambola non si mosse. Rimase seduta in quell’angolo, sentendosi
improvvisamente vuota, priva di ogni cosa. Proprio come una bambola,
proprio come doveva essere. Come
se, all’improvviso, il flusso vitale si fosse riversato di nuovo in
lei, parlò ed ogni parola aveva il medesimo suono di una nota di un
requiem «Gettami.
Oramai sono rotta e nessuno ha bisogno di una bambola rotta. Quindi
gettami» Distrutto
dalla visione di quell’anima che si stava volontariamente
autodistruggendo, l’uomo dalla barba candida tentò di protestare «Non
posso farlo, bambina. Non posso perché tu sei…- «Non
dirlo!» gridò, tappandosi le orecchie «Non dirlo, ti prego. Ti chiedo
di darmi un ultimo dono: lascia che io muoia come tutte le altre
bambole. Questo è ciò che voglio» «Annika,
io non posso donarti questo» «Ti
supplicò» lo pregò, aggrappandosi debolmente ai suoi fiammeggianti
pantaloni. Sul suo volto le lacrime cristalline avevano ceduto il passo
a gocce rosate, tinte del sangue che ancora scivolava dall’occhio reso
cieco e dai ghirigori purpurei che marchiavano la sua pelle. «Morirei
comunque, quindi permettimi di farlo a modo mio. Ti prego» chiese, in
un gemito disperato. Toccato
da quel ritratto di puro dolore, Babbo Natale sentì tutta la sua
resistenza crollare e, seppur a malincuore, dovette cedere alla
preghiera della ragazza. Senza fatica alcuna sollevò il corpicino, che
nuovamente era stato rivestito e ricomposto, anche se ora non ornava più
una meravigliosa bambola dal sorriso incantatore, ma una fanciulla
disidratata d’ogni goccia di felicità e graffiata dai vermigli marchi
della follia, constatando la sua leggerezza quasi artificiale. Con
un calcio leggero la porta che conduceva all’esterno di quel luogo,
illuminato dalle calde luci della gioia infantile, ed un vento gelido
avvolse entrambi in un soffio che fece tremare la bambola tra le braccia
forzute dell’uomo. Gli scarponi affondarono dolcemente nel manto
bianco mentre il cielo baciava quella pelle interrotta da un susseguirsi
di tagli con piccoli e gelidi fiocchi di neve. Come
se stesse maneggiando un gioiello di delicatezza estrema, la fece sedere
delicatamente sul terreno innevato, il quale presto sostituì il suo
candore con un colore rosato. I bianchi fiocchi s’impigliarono nei
suoi capelli corvini ed il gelo s’insinuò vorace nelle sue vene
aperte, ma Annika non sembrò risentirne. «Perdonami,
bambina» sussurrò lui, lasciando tra le sue mani un rosso fiore dalla
forma stellata, simbolo delle sue scuse più sincere. La fanciulla, in
risposta al suo dispiacere, sorrise «Le
bambole non hanno cuore. Esse non soffrono e, perciò, non perdonano» Babbo
Natale comprese. Comprese, finalmente, che quella fanciulla non avrebbe
mai creduto alle sue parole e si sentì mancare a quella conclusione.
Per un attimo, infatti, nel suo cuore si era accesa una lieve fiamma di
speranza, la speranza che Annika avrebbe rinunciato alla sua realtà per
accogliere quella vera. Ma ella non avrebbe mai accettato quel mondo
dove lei era un’umana. Lei sarebbe morta da bambola, pensando e
credendo di esserlo. Quel pensiero gli fece dolere l’animo, ma si
costrinse, infine, ad abbandonare quello che si era presentato come
magnifico giocattolo e si era rivelato un tragico gioco del destino. Il
gioco crudele di un mortale che s’era vestito da divinità E
così la bambola da tutti desiderata ed ammirata fu lasciata sola,
abbracciata da una rossa Stella di Natale ed accarezzata dai tocchi
gentili dei figli della Dama d’Inverno. Chiuse gli occhi, sospirando e
reclinò il capo all’indietro, lasciando che i suoi capelli
serpeggiassero come china sul foglio bianco della terra. Ripensò
all’inesistente Specchio di Ghiaccio che l’aveva condotta fin lì,
che le aveva dato un bagliore di orgoglio pensando che con esso avrebbe
potuto compiere il compito per cui il Maestro l’aveva progettata, che
l’aveva obbligata a lottare contro tutto e tutti, persino contro la
realtà, che l’aveva privata di un ultimo incontro con l’adorato,
venerato quasi, Maestro, suo padre e creatore. Che l’aveva costretta a
morire… «Ma
le bambole non muoiono - mormorò, riaprendo il suo unico occhio, quello
azzurro come il cielo, verso la luna, cercandone disperatamente il
consenso - vero? ». Le
sarebbe stata sufficiente una conferma, una qualsiasi risposta perché
il suo animo fosse liberato, una volta per tutte, da quella tortura che
l’aveva afflitta per tutto quel tempo. Ma la sottile falce d’argento
non proferì alcun verdetto. Si limitava a stare immobile nel cielo
buio, ricambiando lo sguardo stanco di quell’effimera bambola
scioccamente convinta di essere una ragazza e specchiandosi
vanitosamente nel suo Specchio di Ghiaccio, prima che esso sparisse
nelle nebbie dell’oblio. FINE
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