.:Storia di un incontro tra due creature del sogno:.
di Cielo Amaranto

This tale’s a fragment from the life of dreams.

- S.T. Coleridge

 

Leopold

 

Un gatto nero sedeva fiero sulla ringhiera di un balcone, al primo piano di un palazzo dall’aria fatiscente.

Era un bellissimo animale, dall’aria nobile e dalla linea squisita: il lucido pelo si confondeva con il manto della notte color china, la linea sinuosa del dorso continuava con la testa di regale aspetto, lievemente inclinata verso l’alto. Guardava la beffarda luna piena con i suoi enormi occhi gialli, luminosi nella completa oscurità, facendo ondeggiare lievemente la coda, come se volesse sfidarla a scendere e battersi con lui.

Il gatto portava una bombetta. Se qualcuno lo avesse visto in quel momento, nel cuore della notte, appollaiato su una ringhiera d’una casa sgangherata di un vicolo sudicio, avrebbe pensato che il suo padrone fosse completamente senza speranza, un individuo da rinchiudere nella casa di cura più vicina.

Con un salto aggraziato il bell’animale raggiunse il marciapiede colmo di sporcizia e s’allontanò dall’abitazione con passo felpato, la bombetta ben calcata sulla testa felina. Sinuoso e leggero, s’infilò dietro un cassonetto così pieno che la spazzatura, straripante, si stava lentamente spargendo per strada, gettata a terra dal vento incanalato dalle strette e soffocanti pareti che rinchiudevano quella stradina buia e dritta. Non v’era anima viva in giro a quell’ora, nel quartiere più malfamato della città, per questo nessuno poté stupirsi di vedere un gatto col cappello muoversi con una dignità quasi umana. Ovviamente Leopold non era così sciocco da attirare l’attenzione su di sé.

Del resto, Leopold non era nemmeno un gatto.

Il nostro ipotetico passante, se avesse visto uscire da dietro il lurido cassonetto, invece del felino, un bel ragazzo biondo dagli occhi di ghiaccio in abiti eleganti, si sarebbe ovviamente convinto di essere impazzito o di stare sognando. Leopold sorrise a quell’idea, mentre si raddrizzava la bombetta e, con passo deciso, s'allontanava da quel luogo fetido.

Frequentava quel quartiere da qualche anno, ma solo per esigenze pratiche. In quel luogo, sviluppatosi di recente come l’ appendice malata pendente dall’intestino di una città antica, frequentato da gente rozza, ignorante, da donne che non facevano altro nella vita che mettere al mondo marmocchi urlanti per poi farsi mettere incinte di nuovo dall’uomo che le brutalizzava ogni sera, uno come lui poteva trovare parecchie madri in allattamento da cui nutrirsi senza dover uccidere nessuno o destare sospetti: gli ormoni di una puerpera fanno brutti scherzi, dopo il parto ella è più facile agli incubi.

Leopold sollevò una bianca mano per chiamare un taxi. Mentre il conducente accostava si concesse un sorriso. S’era nutrito di ottimo latte, era di buon umore e non aveva avuto brutti incontri. La sua serata era iniziata nel migliore dei modi.

“In centro, Hotel Royale” sussurrò con voce suadente. Sarebbe tornato per un po’ alla scintillante reggia che s’era scelto in quella cupa realtà.

Il tassista, probabilmente uno dei tanti relitti umani che popolavano quel luogo dimenticato da Dio, certamente senza licenza, gli rispose con un cenno della mano prima di partire.

Leopold si rilassò, facendo vagare la mente. Erano secoli ormai che quella città era diventata il suo territorio e si era reso conto che pian piano essa stava decadendo, sgretolandosi come un castello di sabbia un tempo scintillante al sole consumato poco a poco da una debole brezza. La decadenza, del resto, a lui portava vantaggi. La disperazione porta brutti sogni. E in una città piena di brutti sogni, uno in più non attira l’attenzione. Nonostante ciò, Leopold provava una certa malinconia al pensiero di come un tempo la speranza scintillasse negli occhi della gente e gli incubi si contassero sulle dita di una mano. Si stiracchiò pigramente, tentando di scacciare la nostalgia. Adorava la sua manifestazione fisica anche solo per il vantaggio di potersi stiracchiare. Come creatura nata dalle angosciose paure notturne del genere umano, egli apparteneva in realtà allo scintillante quanto spaventoso mondo dei sogni, ma come creatura che si nutre di sangue e latte, oltre che di terrore e disperazione, poteva assumere una forma fisica.

Guardò fuori dal finestrino. Luci aranciate sfrecciavano a velocità regolare. Il suo buon umore, già intaccato dalla malinconia, vacillò al pensiero di cosa quella città avrebbe potuto diventare se lui non se ne fosse preso cura. Ombre si allungavano sul suo futuro, avrebbe fatto bene ad immergersi nella solida e reale notte.

Chiese al tassista di fermarsi, nonostante la meta fosse ancora lontana, lo pagò con banconote prodotte dalla mente stessa di quel patetico individuo e se ne andò lasciandolo attonito ed euforico nel vedere il sogno di una vita realizzato. Probabilmente avrebbe speso in alcool quella piccola fortuna, ma Leopold amava dare agli uomini che lo avevano creato una possibilità. Del resto egli si nutriva di loro, che lo avevano fatto nascere, e nel farlo li tormentava con incubi terribili. Si sentiva per lo meno in dovere di dar loro qualcosa in cambio, di barattare un incubo con un sogno.
Leopold alzò gli occhi verso la luna e prese a camminare. Non aveva fretta ed un po’ d’aria fresca gli avrebbe fatto bene: voleva godersi il più possibile la forma umana che era costretto sempre più spesso ad utilizzare.

Il suo buon umore vacillò di nuovo. Fino a poco tempo prima non avrebbe dovuto nascondersi, allontanarsi volontariamente dalle terre di sogno.

Il suo territorio era minacciato, inutile continuare a cercar di non pensarci.

Aveva sempre trovato meraviglioso il fatto di essere nato dalla mente umana, di essere per questo completamente e veramente immortale. Era stato creato da qualche parte in Germania, dai dolori di una partoriente il cui figlio era nato morto. Era di sua natura solitario, anche se sapeva che esistevano altre creature come lui, esseri che si nutrono di sangue ma che preferiscono il latte e che gli umani avevano infine nominato Alp. Pensava che essere un sogno sarebbe stato per lui un semplice vantaggio.

Poi aveva incontrato gli altri, fatti come lui dalla pura immaginazione, creature generate dai pensieri umani, che potevano viaggiare per le terre di sogno, materializzarsi in un corpo solido e che dipendevano dai loro creatori per sopravvivere. Essi prosciugavano l’energia dei dormienti ingannandoli con i loro stessi sogni, tormentando le loro esistenze, visitandoli ogni notte facendosi desiderare, drogandoli di visioni meravigliose e inquietanti, approfittando del loro turbamento per nutrirsene. Leopold disprezzava quell’atteggiamento. Era abbastanza onesto da dispensare solo brutti sogni alle sue vittime, ma risparmiarne la vita. Entrava dalla finestra sotto forma di farfalla e si attaccava al loro petto, portando una notte tormentata ma evitando di uccidere. Gli altri, gli Incubus ed i Succubus, erano in grado di portare estasi alle loro vittime, che prima o poi erano condannate a morire.

Per questo quando l’ Alp incontrava uno di loro, nei sogni crescevano tensione e guerra.
Leopold era certo che un Succubus fosse appena nato in città. Sentiva la sua presenza, sia nel mondo reale che in quello creato dalle menti dei sognatori. Era certo che un uomo, da qualche parte, avesse sognato la donna proibita e che essa avesse preso forma a sua insaputa, per poi nutrirsi di lui e lasciarlo morto nel suo letto. Leopold avrebbe potuto disinteressarsi completamente della cosa: non si nutriva di esseri umani maschi, se poteva: trovava il loro sangue disgustoso in confronto al dolce latte delle puerpere. Probabilmente se tutti i maschi della città fossero morti gli sarebbe comunque rimasto cibo a sufficienza. Eppure l’idea che la meravigliosa decadenza di quel buco nel cuore del Vecchio Mondo fosse insudiciata dal novello parto d’una mente lasciva lo lasciava alquanto disgustato e i pensiero che i sognatori, creatori di quello che ormai considerava il suo regno nelle sconfinate terre del sogno morissero lo disturbava. Se avesse avuto l’occasione di incontrare il Succubus, l’avrebbe costretto ad andarsene. Eppure una parte di lui non desiderava affatto imbattersi in esso: ogni volta che un Incubus, od un Succubus, aveva minacciato il suo territorio, era stata per entrambi una sofferenza. Non potendo essere uccisi in alcun modo, dovevano regolare i loro conti con le parole e l’astuzia. Solitamente egli si limitava a far valere il suo diritto d’anzianità e gli altri si spostavano altrove: i sognatori in grado di far nascere creature come loro erano molto pochi e andavano diminuendo col passare dei secoli, quindi trovare una zona di caccia libera era facile. Inoltre sia Incubi che Succubi erano poco intelligenti e poco territoriali, più propensi a viaggiare sia nel sogno che nella realtà, pronti a cercare nuove menti da prosciugare selvaggiamente. Una sola volta era sceso in guerra con un Incubo, si erano rubati i sognatori a vicenda e Leopold aveva vinto solo a causa della sua esperienza e conoscenza del territorio. L’Incubo era quasi  svanito per mancanza di nutrimento e se n’era andato lasciandogli la sovranità.

Leopold amava la sua città, i sogni dei suoi abitanti erano il suo piccolo tesoro dal sapore del sangue, non voleva fossero insozzati da altri. Per questo ultimamente aveva preso a muoversi nel mondo reale, usando alternativamente la forma d’umano e di gatto. Nella realtà era più difficile che il nemico lo percepisse ed avrebbe potuto pensare con calma ad una strategia. Portò la mano alla sua bombetta, gesto automatico che faceva quando inconsciamente si chiedeva per quale motivo gli umani avevano immaginato gli Alp sempre con un cappello in testa, qualsiasi forma acquisissero. Era nervoso, sensazione che detestava, probabilmente causata dalla consapevolezza del fatto che il Succubus fosse nato in quella città. Era stato creato dai sognatori che lui reputava suoi come lui era stato creato dalla mente di quella donna tedesca morta ormai secoli or sono. Aveva paura di pensare che il Succubus fosse destinato a restare lì e che facendo valere il suo diritto d’anzianità lui avrebbe violato il caotico ordine delle terre del sogno.

 

Labelle

 

Non capiva nemmeno dove si trovava. Era nata all’improvviso, aveva provato un’intensa ed incontenibile sete, così aspra e dolorosa da farle pensare che sarebbe morta immediatamente, dissolta nello stesso vortice d’immagini da cui era fuoriuscita. Aveva visto l’uomo che l’aveva creata e se n’era innamorata. Il suo amore lo aveva ucciso.
Ora vagava da sogno a sogno, cercando un altro che desiderasse amarla, amarla e sfamarla.

Sapeva di chiamarsi Labelle. Il suo defunto padre l’aveva sognata così. Labelle, come la moglie che aveva perduto. Chissà se in un altro mondo ancora, creato dalla mente degli uomini ma più puro di quello in cui lei si trovava, ora suo padre e la vera Labelle non fossero finalmente felici insieme. In realtà non le importava granché.

Aveva fame, s’aggirava come un predatore nelle terre del sogno, in cerca di qualcuno che avrebbe potuto saziarla. Era consapevole del fatto che le sue vittime vivessero in un altro luogo, misterioso, che lei non poteva ancora raggiungere se non attraverso l’immagine che ne avevano, come se fosse bloccata in una grande stanza piena di finestre da cui guardar fuori.

Voleva uscire ma non ne aveva ancora la forza, così continuava a vagare per i sogni degli umani, in cerca di qualcosa, o meglio, qualcuno, per saziare la sua sete. Trovò infine una mente perfetta, colma d’energia, di vitalità e di creatività, di nuovo se ne innamorò. Non avrebbe potuto fare a meno d'amare coloro ai quali doveva rubare le energie? Non poteva semplicemente nutrirsene senza dover poi provare dolore per lo scempio da lei creato? Lo guardò, guardò il suo volto dormiente attraverso un piccolo varco tra il sogno ed il reale, che probabilmente lui stesso utilizzava per osservare le creazioni caotiche della sua mente e dargli forma. La realtà le appariva come un grande buco nero. Non capiva come potesse un essere che viveva in un luogo tanto orrendo immaginare cose tanto meravigliose. Decise che avrebbe dovuto averlo, che era suo, suo di diritto. Si rivelò a lui, sapeva di essere bellissima, ebbe quella mente per sé, la allietò con visioni splendide e terribili, tirò fuori tutta la capacità di sognare che quell’essere umano possedeva, ne bevve avidamente, infine lo lasciò in un sonno oscuro. Non era morto come la sua prima vittima, ma era morto dentro, sarebbe diventato grigio come il mondo che aveva visto dalla finestra. Ella se ne dispiacque, ma non pianse.
Ormai aveva capito che era fatta della stessa materia che rubava, che era plasmata in essa. Non poteva evitare di fare quello che faceva. Non voleva morire. Sarebbe vissuta, si sarebbe abituata a camminare nel sonno degli uomini ed a saziare con esso la sua fame. Viaggiò ancora a lungo, capiva che il mondo sconfinato in cui si trovava era in realtà creato da poche menti in una sola città, la città in cui era vissuto suo padre. Vagò per giorni, sorbendo energia vitale, affacciandosi al mondo reale senza trovare ancora la forza di entrarvi, comprendendo le sue capacità, il suo potere di donare visioni e sedurre le vittime per disporne come meglio credeva. Poteva regalare sogni meravigliosi od orribili a seconda del suo umore, ma preferiva intrappolare la preda in una ragnatela dorata piuttosto che spaventarla a morte. Imparò a non prosciugare subito la vittima, ma a lasciarla in vita, sempre più debole, sempre capace di sognare così da poterla visitare ogni notte, per più di una settimana, fino ad ucciderla.

Fu durante il suo girovagare che si trovò dentro un incubo .

Persino lei lo trovò raccapricciante: una landa contorta colma di bestie oscene e colori offensivi alla vista l’aveva accolta e sembrava non volerla sputare più fuori. Cercò di uscirne, ma non vi riusciva. Sembrava addirittura che gli esseri terribili che popolavano l’incubo, spaventosi nella loro deformità, dalle membra mutilate e zanne acuminate, dalle improbabili teste e dalle lunghissime braccia, fossero lì apposta per cacciare lei. Corse via, nel tentativo di sfuggire ai predatori e trovare il confine di quella piana, ma era tutto inutile. Per la prima volta nella sua breve vita si trovò ad essere lei la preda. Si celò dietro ad una grande roccia a forma di mano, le cui dita svettavano come pinnacoli, sperò che il dormiente si svegliasse e tutto ciò finisse.

I corvi gracchiarono nel cielo purpureo, indicando alle “cose” che vivevano in quel luogo dov’ella si fosse nascosta. Tutto in quell’incubo era cupamente vivido, dai sassi alle forme grottesche che sporgevano dalla terra come labbri di ferite mostruose, agli alberi contorti che levavano i rami rugosi verso le nubi d'un violaceo malsano attraversate da corvi e da creature alate dai grandi occhi iniettati di sangue. Solo una farfalla, una bellissima farfalla, volava eterea tra loro come un puntino di pura luce.
Fu allora che Labelle comprese di non essere sola, che c’era qualcun altro come lei, che quell’incubo era stato creato dalla sua presenza, che era stato lasciato lì per lei. Si domandò perché. Perché un essere come lei utilizzasse i suoi doni per portar terrore e non pace.

“Perché” disse la farfalla “Coloro da cui mi nutro spesso si svegliano e possono dire con sollievo: ‘Era solo un sogno’” Labelle sgranò gli occhi: la farfalla era un gatto con la bombetta “Le tue invece” continuò il gatto, che era un cavallo col cappello “se si svegliano” il cavallo era un ragazzo biondo, dagli occhi di ghiaccio e di cielo, portava ancora quello strano copricapo “Non ricordano nemmeno di aver sognato”.

 

Il Dormiente

 

“Noi non siamo uguali, come tu credi”  continuò l’Alp. “Tu ti nutri d’energie, io di sangue e latte. Gli esseri umani ci chiamano entrambi demoni e vampiri, ma non siamo uguali. Siamo stati creati dai loro sogni, ma portiamo nomi diversi. Questa è la mia città, questi sono i miei sognatori. Vattene.” Labelle si alzò in piedi. Il bianco sudario prese a ondeggiarle attorno al corpo.

Il dormiente si rigirò nel letto, terrorizzato da quella figura bellissima e spettrale.
”Se non ci nutriamo della stessa sostanza, perché non mi lasci in pace?” domandò il Succubus.
”Perché non desidero che gli unici sogni rimasti nella mia città siano gli incubi da me creati. Io vivo qui, in queste terre. Posso restare nella realtà, ma non le appartengo. Queste terre sono il mio regno. Tu lo stai divorando.” disse tranquillamente l’Alp. Labelle rabbrividì. La sua voce era tranquilla, il tono colloquiale. “Posso tenerti intrappolata in questi incubi per sempre, Succubus. Posso darti la caccia e farti morire di fame. Noi non possiamo essere uccisi, ma se smettiamo di nutrirci moriamo. Cercati un tuo regno, non costringermi a dichiararti guerra.”

Labelle allargò le braccia, parlò con voce tonante e possente. Si levò un forte vento che per un attimo scosse i rami deformi degli alberi.

Il dormiente sussultò, ma non si svegliò.
”Io sono nata qui. Questa è la mia città. Non voglio andarmene. Se vuoi muovermi guerra, fai pure. Divorerò tutti i tuoi dormienti, uno ad uno, tutti gli artisti, tutti i bambini, questa diventerà una città fantasma e dovremo andarcene entrambi” rispose all’Alp.

Leopold la fissò con interesse.

Era una creatura intelligente, forse il suo creatore non l'aveva plasmata dal solito sogno lascivo. Solitamente i Succubus erano quasi senza volontà e non comprendevano granché di ciò che stava loro intorno, si nutrivano come le cavallette, creati da uomini che desiderano una donna bellissima, una schiava di piacere senza un cervello pensante. Ella invece pur essendo appena scaturita dalla mente d'un essere umano riusciva già a utilizzare una buona dose delle sue capacità più complesse. Poi Leopold capì. Quello era un Succubus creato da un sogno nostalgico.

“Così hai deciso, vuoi farmi guerra per la sovranità su questa terra” disse lui, con tono triste. Avrebbe dovuto cominciare di nuovo. Avrebbe dovuto riempire le menti di incubi. Non gli era mai piaciuto far soffrire inutilmente gli esseri umani. Labelle esplose in una risata colma di scherno.

“Tu dici di essere il sovrano, ma dove sono i tuoi sudditi?”
Una grossa bestia dalle ali membranose passò stridendo sopra di loro.

Il dormiente rabbrividì e si lamentò nel sonno.

“I miei sudditi li creano i sognatori” rispose l’Alp. Il Succubus sgranò gli occhi.
”E perché io non posso essere uno di loro?”
La domanda colpì Leopold. Nessun demone del sogno s’era mai messo in una posizione d’inferiorità rispetto a lui. Ma questa era appena nata. Labelle, così si chiamava, non era ancora orgogliosa e spietata come le altre sue simili. Ed era intelligente, per cui stava tentando di trovare una soluzione accomodante per entrambi.

L’Alp si domandò se si potesse rispettare il suo diritto d’anzianità e nel contempo il diritto di nascita di lei.
”Desideri essere un mio suddito e rispettare le mie leggi? Desideri nutrirti solo alle mie condizioni? Desideri essere privata della tua libertà da un sovrano?”

Labelle si morse il labbro inferiore. Sapeva solo che non voleva andarsene e che non voleva divorare tutti i sogni della città, perché sarebbe stata costretta a lasciarla comunque, dopo averla resa solo un guscio grigio, vuoto e morto. Forse farsi aiutare da quell’Alp sarebbe stata una mossa azzeccata. Se poi quelle terre fossero diventate troppo piccole per entrambi, non doveva essere per forza lei ad abbandonarle. Il tempo cambia molte cose.
”Se sarai un sovrano giusto, sì. Non voglio andarmene, né distruggere i luoghi in cui sono nata. Tu dovrai provvedere al benessere dei tuoi sudditi... Io, dal canto mio, ti servirò e servirò queste terre di sogno.” Leopold le rivolse un sorriso gentile. I suoi occhi scintillarono come lame al sole.
”E se giungesse un’altra come te?”

“La cacceremo.”
La risolutezza di Labelle piacque a Leopold. Eppure non c’erano precedenti, loro erano creature solitarie, diverse. Prima o poi la guerra sarebbe nata e uno dei due avrebbe dovuto lasciare quel luogo. Era quello il caotico ordine delle terre del sogno.
Fino ad allora, avrebbe portato avanti quell’esperimento.

Se gli esseri umani, dei quali nessuno era uguale ad un altro, riuscivano a convivere più o meno pacificamente, forse ce l’avrebbero fatta anche lui e Labelle. Altrimenti, avrebbe fatto di tutto per indurla ad andarsene.
”Bene allora, ti accetto come mio suddito, essere creato dai miei sognatori. Ora andiamo, lasciamo in pace il dormiente.”

Il cielo violaceo s’avvolse intorno al corpo di Labelle, divenne un lungo abito di velluto, il sudario cadde sulla terra desolata. La donna prese in braccio il gatto col cappello e guardò fuori dalla finestra.
Apri gli occhi.
Il sollievo non era mai stato così grande.

Il sognatore si guardò il petto. Sentì ancora per un momento la lieve sensazione d’esser stato sfiorato da ali di farfalla, ma essa stava già svanendo, come il ricordo del suo incubo.
”Era solo un sogno” sussurrò.

Eppure, in un angolo della sua mente, ancora vedeva una donna bellissima vestita di velluto viola che camminava verso un cielo plumbeo, tenendo stretto al petto un curioso gatto nero con in testa una bombetta e lasciandosi dietro un bianco sudario.

Una strana sensazione lo pervase. Quasi automaticamente tirò fuori una penna e un quaderno sgualcito.

Prese un profondo respiro e, non sapendo bene perché, cominciò a scrivere una storia.

 
FINE